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Breve storia del calcio arabo in Palestina. Parte III: prendi una palla e ti dirò chi sei

Terza e ultima parte di una piccola inchiesta che è nata da una domanda: che fine hanno fatto nel campionato di calcio israeliano le squadre di origine araba? Tre puntate per capire come, dal Mandato britannico allo stato di Israele, anche nel calcio l’identità palestinese si sia andata gradualmente affievolendo.
Parte I: Laddove il calcio è politica
Parte II: Una sola federazione

Se un’istituzione fornisce magliette e un campo su cui giocare, è facile che i ragazzi arrivino. Non è come un partito politico, non è un problema essere in ha-Po’el Taibe o Maccabi Tamra: non ferisce l’orgoglio e il sentimento nazionale. Nel 1948, nel neo nato stato d’Israele, le attività sportive arabo-palestinesi restavano non ufficiali e la partecipazione degli atleti palestinesi alle normali strutture israeliane era scarsa. Ben presto, però, organizzazioni sportive iniziarono a comparire in quelle aree dove non erano presenti prima della guerra. Due fattori, sostanzialmente, influenzarono questa crescita: una variazione del modo di lavorare e il maggior interesse del governo e dell’Histadrut alle politiche dello sport (organizzazione sindacale sionista dell’area del partito di governo Mapai).

Le grandi confische di territorio arabo e la crescita della dipendenza dall’economia ebraica, accelerò il processo di proletarizzazione della società arabo-israeliana. Il lavoro salariato portò a una chiara distinzione tra ore di lavoro e tempo libero. Un tempo libero che, con le alternative per occuparlo (anche politicamente pericolose), destava preoccupazione; e lo sport, nella sua immagine apolitica, avrebbe potuto dare al giovane palestinese  un’ottima attrattiva. Il governo israeliano non faticò molto. Nella maggior parte dei villaggi palestinesi non erano presenti strutture sportive, mentre i giovani chiedevano a gran voce di praticare sport, trovando pronto il Dipartimento arabodi Histadrut.
Histadrut iniziò a fondare decine squadre di calcio nei villaggi palestinesi (le prime nacquero a Lid e Jaljulia), che presero il nome di ha-Po’el e si inserirono nella Federazione Israeliana di Calcio. La partecipazione allo sport della parte palestinese fu caldamente incentivata: iniziarono le competizioni scolastiche, il giornale al-Yawn creò una sezione sportiva, vennero ideati programmi sportivi radiofonici. Inoltre ogni anno, alla fine della stagione, veniva disputava una partita tra la miglior compagine palestinese e una All-star: le direttive governative erano di considerare lo sport un mezzo educativo e di fraternità, anche se, in parallelo, si impediva alle associazioni sportive palestinesi di organizzarsi.

Le squadre dei villaggi palestinesi che si univano alla federazione israeliana si trovarono in una scomoda posizione: da una parte godevano dell’attenzione della popolazione arabo-palestinese, dall’altra costituivano un evidente esempio di come il cittadino avrebbe dovuto adattarsi agli schemi del governo israeliano. Alcune squadre, cosiddette arabe (nella realtà arabo-israeliane), avevano potenzialmente la capacità di concentrare un ampio seguito. L’esempio migliore è forse la ha-Po’el Bnei Nazareth che, in seguito agli scontri con la ha-Po’el el Migdal he-Emek, vicino villaggio ebraico, e grazie anche all’apporto del partito comunista locale, ebbe un ruolo cardine in uno sciopero di protesta per le violenze contro i palestinesi. Intanto, però, nei villaggi palestinesi che venivano coinvolti nel calcio crescevano i giocatori che iniziavano a salire di categoria: il primo giocatore palestinese nella prima serie israeliana fu Hassan Boustouni, ingaggiato dal Maccabi Haifa nel 1963. Nel 1967 fu invece la volta di Ali Othman, quindicenne di Beit Safafa reclutato dal ha-Po’el Jerusalem. Molti furono i palestinesi che ne seguirono le imprese sul campo: identificarsi con loro permetteva di recuperare un’autostima persa senza il rischio che poteva dare l’identificazione con altri eroi, come il movimento Fatah, che stava in quel momento aumentando i suoi consensi.

Tuttavia non tutti si adeguarono al calcio israeliano e gli anni Cinquanta e Sessanta, grazie al lavoro di Al-‘Ard, movimento politico che promuoveva una politica nazionalista palestinese, videro la nascita di squadre indipendenti, come al-Ahali e Abna al-Balad, e di una lega araba indipendente. Un’associazione che comprendeva squadre da Tira, Kalanswa, Kafr Kassem e Taibeh. Ma nel 1964, Al-‘Ard venne considerato fuorilegge dalle autorità israeliane che, nello stesso anno, proibirono il campionato e ne arrestarono gli organizzatori. Un intervento che evidenzia i limiti entro cui ai palestinesi d’Israele era permesso formare la propria identità collettiva, anche attraverso lo sport.
I tentativi per formare una indipendente lega araba si fermarono nel 1964 e riapparvero solo due decenni dopo.

Esclusa la possibilità di una vera squadra palestinese, la ha-Po’el da sola non riusciva a soddisfare domanda, così dagli anni Sessanta si fecero avanti prepotentemente le Maccabi. Questo pose le basi per un nuovo tipo di rivalità, non più etnica, ma di classe: le ha-Po’el erano spesso rappresentative delle famiglie ricche, mentre le Maccabi erano considerate squadre del popolo (per lo più nazionaliste). Gli anni Ottanta furono un punto di svolta: il calcio non era più solo intrattenimento e politica, ma anche business. Le squadre ebraiche etniche (come il Bulgarian Maccabi Haifa o lo Yemenite Shimshon Tel Aviv) iniziarono un rapido declino e il denaro divenne il discrimine maggiore per disputare un buon campionato. Il successo era determinato soprattutto dal supporto economico che poteva esser dato alla squadra: resta significativo il fatto che dal 1983 il campionato non sarebbe più “uscito” dalle tre città principali.

Iniziò, quindi, ad esser evidente una correlazione tra la dimensioni della città e la militanza a una categoria. L’assenza di grandi città arabe ne precluse ovviamente la presenza nella massima serie, e questo impedì la possibile aggregazione di tifosi attorno a una squadra arabo-palestinese di successo.
Se non si formò una squadra simbolo, migliorò invece la posizione individuale dei singoli giocatori palestinesi, che aumentarono in numero anche nella rappresentativa nazionale, con la presenza di Rif’at Turk e Zahi Armeli. I due giocatori potevano essere un modello, così come la rappresentativa israeliana, vista come modello inclusivo (soprattutto dopo l’esclusione del difensore Shlomo Kirat per i commenti razzisti rivolti ai due giocatori). Unica isolata reazione a questa tendenza fu quella del movimento islamico, che nel 1986 fondò un proprio campionato. Ma il tentativo rimase marginale perché non professionistico e con una partecipazione a livello di volontariato, non costituendo un’attraente alternativa e accogliendo sostanzialmente o giocatori veterani o altri che per motivi vari non venivano ingaggiati dalle squadre professionistiche. Insomma, un’alternativa morale che puntava a mantenere i valori dell’Islam.

Infine, arrivarono gli anni Novanta e finalmente, nella stagione 1996/97, per la prima volta una squadra “araba”, la ha-Po’el Taibeh, raggiunse la massima serie (seppur per una sola stagione). Il miglioramento delle squadre “arabe” riportò nel 1998 due giocatori palestinesi nella nazionale israeliana, dopo 6 anni di assenza (in cui ci fu intifada a Gaza e Cisgiordania): Najwan Ghrayeb e Walid Badir. Poi arrivò il 2004, anno in cui il Bnei Sakhnin, la migliore squadra “araba” di quest’ultimo decennio (ma è opportuno ricordare: arabo-israeliana e frutto della fusione tra la ha-Po’el e la Maccabi locale) si aggiudicò la coppa d’Israele. Uno storico successo che però arriva troppo tardi per far nascere un nazionalismo locale.

L’identità palestinese nel calcio rimane viva a Gaza e in Cisgiordania o in Giordania per la al-Wihdat, ma non in Israele dove il calcio, sotto una superficie a-nazionale e apolitica, rimane sostanzialmente “Israeliness”. Walid Badir, intervistato dopo un match tra Israele e Austria nel 1998, a una domanda di una giornalista riguardante suo nonno, ucciso nel massacro di Kafr Kassem del 1956, rispose: “Sono cose che riguardano il passato”.
Qualcosa di cui non bisogna parlare.

Credit Image: Lisa Isaacs

Bibliografia

Tamir Sorek, Soccer fandom and citizenship in Israel, Middle East Report. 245 (2007).
Tamir Sorek, Palestinian nationalism has left the field: a shortened history of arab soccer in Israel, International journal of Middle East Studies, Vol. 35, No. 3 (2003).

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Simone Tallone
“Come tutti i bambini, avrei voluto essere un calciatore. Giocavo benissimo, ero un fenomeno, ma soltanto di notte, mentre dormivo: durante il giorno ero il peggior scarpone che sia comparso nei campetti del mio paese. Sono passati gli anni, e col tempo ho finito per assumere la mia identità: non sono altro che un mendicante di buon calcio. Vado per il mondo col cappello in mano, e negli stadi supplico: «Una bella giocata, per l’amor di Dio».” – Ahimè, fossero parole mie! Eduardo Galeano parla per me!
Simone Tallone

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