SpeedSister

Speed sisters

Non sarà proprio quel che si suol dire contrappasso, ma poter schiacciare l’acceleratore dopo innumerevoli e quotidiani posti di blocco è già qualcosa. Siamo in Cisgiordania dove, dal 2005, con la fondazione  della Palestinian Motor Sport and Motorcycle Federation, imperversa la passione per le gare automobilistiche, in particolar modo per la cosiddetta Speed test. Da marzo a dicembre ogni 6 settimane frotte di spettatori si riuniscono attorno a piste improvvisate – mercati ortofrutticoli, ampi piazzali – per veder sfrecciare i propri piloti preferiti alle prese con coni e ostacoli di un circuito chiuso che devono completare nel minor tempo possibile.

Tra l’assordante rumore dei motori truccati e le carrozzerie dai colori sgargianti, non è però difficile notare che gran parte del tifo è per una squadra composta da sole donne, le Speed sisters. Oggi il team è composto da Betty Saadeh, Noor Dawood, Mona Ennab e Mara Zahalka e fanno parte di quella che nel 2009 è diventata la prima squadra  al femminile di automobilismo di tutto il Medioriente, contribuendo a rompere i tabù di uno sport generalmente  dominato dagli uomini e lanciando alla ribalta internazionale l’automobilismo palestinese. Perché la notizia della composizione di questa squadra, che negli anni ha visto cambiare buona parte dei suoi componenti, raggiungendo il massimo di 8 membri nel 2010, ha fatto il giro del mondo, sia tra le pagine della cronaca sportiva sia nel grande schermo, dato che nel 2015 sono state protagoniste di un film documentario, proprio dal titolo “Speed sisters”, della regista canadese-libanese Fares Ambra.

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La squadra nasce con il sostegno del Consolato britannico di Gerusalemme, che ha finanziato le prime macchine da corsa,  decorate sulla carrozzeria da entrambe le bandiere, palestinese e britannica, e ha messo a disposizione alle “neo-pilotesse” due grandi donne delle corse, Helen Elstrop e Sue Sanders. Il minimo comune denominatore della passione per i motori ha fatto sì che il team sia sempre stato piuttosto eterogeneo. Piloti di ogni età, di ogni ceto sociale (ex concorrenti di concorso di bellezza, studentesse, bibliotecarie), ma soprattutto di religione sia musulmana sia cristiana. Se stupisce vedere spuntar fuori dall’abitacolo impolverato un pilota con capelli lunghi, trucco, unghie laccate, un’ombra di rossetto e una tuta dai colori sgargianti, negli anni il team ha accolto anche Sahar Jawabrah, il primo membro ad indossare sotto il casco il hijab, il foulard islamico.

Va sottolineato infine che non siamo semplicemente in Medioriente, ma siamo in Palestina, e tutto quello che succede coinvolge inevitabilmente la politica. Se già è difficile e costoso badare alla manutenzione dei veicoli, ben più problematico resta esaudire il desiderio più grande di queste ragazze: riuscire, col loro talento, a rappresentare la Palestina nelle gare organizzate all’estero. Le restrizioni israeliane che riguardano i veicoli a targa verde che escono in Giordania e in Israele sono un grosso ostacolo, oltre ovviamente alle grandi difficoltà di movimento per chiunque abbia passaporto palestinese.

L’unica speed sister ad aver la possibilità di gareggiare fuori dal Paese è Noor, di passaporto israeliano. Un ruolo che le mette addosso un’inevitabile pressione che non le permette di essere semplicemente una sportiva, dovendo fare i conti, oltre che con gli ostacoli del circuito, col suo ruolo “politico” di donna contro gli stereotipi di genere e di palestinese.

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Simone Tallone
“Come tutti i bambini, avrei voluto essere un calciatore. Giocavo benissimo, ero un fenomeno, ma soltanto di notte, mentre dormivo: durante il giorno ero il peggior scarpone che sia comparso nei campetti del mio paese. Sono passati gli anni, e col tempo ho finito per assumere la mia identità: non sono altro che un mendicante di buon calcio. Vado per il mondo col cappello in mano, e negli stadi supplico: «Una bella giocata, per l’amor di Dio».” – Ahimè, fossero parole mie! Eduardo Galeano parla per me!
Simone Tallone

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