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Spingi me sennò bestemmio | di Marco Pastonesi

Basta aprire il libro e leggere poche righe della prima pagina per ricevere un’esplicita dichiarazione d’intenti.
Sto dalla parte di quelli lenti e spenti, di quelli seminati e dimenticati, di quelli persi e dispersi, di quelli che non vedono mai la testa della corsa e che ovviamente non vincono mai, di quelli che ma-chi-glielo-fa-fare e ma-pensa-te, di quei rivoluzionari che lottano contro il tempo massimo o di quei riformisti che confidano nell’allungamento del tempo massimo.

Il libro in questione è Spingi me sennò bestemmio. Storie di ultimi: maglie nere, lanterne rosse e fanalini di coda, ultima fatica di Marco Pastonesi, Ediciclo editore.
Parliamo di ciclismo, ovviamente. E se è vero che, per ogni gara, un corridore alzerà le braccia sfrecciando per primo al traguardo, inesorabilmente un altro corridore sarà destinato a tagliarlo dietro le spalle di tutti, quasi un gioco a somma zero. Un palmares infinito. Una classifica parallela.
Per ogni epoca ci sono i recidivi, gli ultimi di professione, ma può capitare a tutti. Almeno per una volta può accadere che il mondo si capovolga e che perfino  Eddy Merckx, il Cannibale in persona, possa arrivare ultimo. Erano i Mondiali di ciclismo a San Cristobal, Venezuela 1977: primo Francesco Moser, trentatreesimo e ultimo degli ottantanove partiti proprio il campione belga.
Ma non è il solo. E’ capitato anche al più forte, al più furbo, al più diabolico dei corridori, Giovanni Gerbi, alias Diavolo Rosso, alla prima tappa (da Milano a Bologna, 397 Km) del primo Giro d’Italia: tagliò il traguardo solo, solissimo, ultimo, ultimissimo con tre ore a mezza di ritardo. Neanche la polvere dei battistrada aveva fatto in tempo a “mangiare”.

L’ultimo è il più colpito dalle punture di vespe e dagli scontri con le moto, il più ostacolato dai passaggi a livello e dai greggi di pecore, il più bersagliato dai chiodi e dalle puntine. L’ultimo è il martire della malasorte e la vittima della sfortuna.
Ma arrivare ultimo è anche un’arte, l’eterna lotta con il penultimo e con il camion-scopa, che non è l’ultima ruota del carro, ma il carro delle ultime ruote.
Il primo a  essere l’ultimo fu Luigi Malabrocca. Giro d’Italia 1946: la prima maglia nera. Andava in fuga dietro al gruppo, entrava nei bar, si nascondeva nelle scarpate e nelle cantine, una volta anche dentro a un pozzo, tutto per sfuggire al rivale Sante Carollo.

Se non si può vincere, tanto vale puntare ai premi di consolazione: cassette di cioccolata svizzera, materassi, settimane di villeggiatura, cento chili di caffè e chi più ne ha più ne metta.
Pastonesi si immerge in queste storie, e gare che sono sempre state raccontate dai primi si riscoprono sotto una luce nuova. Esiste una cronaca differente per ciascuno dei corridori partiti e non sempre arrivati –  scrive Pastonesi. Ognuno ha una stupenda storia da raccontare.

E non sono solo Maglie Nere. C’è spazio anche per le Lanterne Rosse, les derniers del Tour de France; e anche per chi, record dei record, riesce nell’impresa della doppietta: Augusto Marcaletti, l’unico corridore che nella storia sia arrivato ultimo al Giro d’Italia e (1961) e al Tour de France (1962).

C’è spazio infine per un primo che era anche l’ultimo: l’ultimo dei corridori antichi, Michele Scarponi.
Scarpa, sempre con la battuta pronta.
Scarpa, che dichiarava: “Dopo tanta fatica, non si butta mai via neppure l’ultimo posto”.

*

Dino Zandegù sapeva che quello spettatore aveva in corpo una sola spinta, e l’avrebbe data al primo dei due corridori che gli sarebbe passato a portata di mani, braccia e gambe. E lui non riusciva proprio a superare quel compagno di sofferenza che si era trasformato nel più crudele dei suoi avversari. Stavolta ebbe la tentazione non solo di abbandonare la corsa, ma forse anche il ciclismo. Se non che, avvicinandosi, si accorse che quello spettatore non era uno spettatore normale, ma uno spettatore speciale: era un prete. Un prete giovane. E mentre il prete giovane, che indossava un paio di scarponi, stava tirandosi su le maniche dell’abito talare e si preparava a spingere al meglio il primo dei due corridori a portata di mani, braccia e gambe, Zandegù fu folgorato da un’intuizione geniale. E urlò: “Spingi me sennò bestemmio”.

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Simone Tallone
“Come tutti i bambini, avrei voluto essere un calciatore. Giocavo benissimo, ero un fenomeno, ma soltanto di notte, mentre dormivo: durante il giorno ero il peggior scarpone che sia comparso nei campetti del mio paese. Sono passati gli anni, e col tempo ho finito per assumere la mia identità: non sono altro che un mendicante di buon calcio. Vado per il mondo col cappello in mano, e negli stadi supplico: «Una bella giocata, per l’amor di Dio».” – Ahimè, fossero parole mie! Eduardo Galeano parla per me!
Simone Tallone

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