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Boxe populaire – pugni rosso sangue

Una dedica “ai nostri limiti fisici / che poi sono sempre e solo mentali”, e si può cominciare: Boxe populaire. Pugni rosso sangue, opera prima di Fabio Pennetta (edito da Agenzia X).

Un noir ambientato tra palestre popolari, case occupate e la Milano dei navigli, culla dell’antifascismo militante milanese: è qui che si svolge la prima inchiesta di Stefano Calligari, detto Il Callo, precario e scapestrato cronista quarantenne di un quotidiano di destra, per giunta appena declassato dal cartaceo al web. L’occasione per tornare tra le firme che contano capita un venerdì pomeriggio: il telefono che squilla e la voce di un informatore che non si fa sentire da tempo. C’è un morto sul pavimento di una palestra popolare di pugilato, quella di via Torricelli, dove si dice che squatter anarchici organizzino scommesse e incontri clandestini, e sembra proprio che questa volta ci sia scappato il morto.

Compiacere l’editore e criminalizzare i pugili del mondo cosiddetto antagonista è la via più rapida che lo porta alla prima pagina dell’edizione locale. Ma la sua dedizione all’inchiesta e all’indagine sul campo – complice anche il suo primo allenamento di boxe popolare in cui si trova a far coppia con una graziosa boxeuse francese – lo porta a ritrovare un mondo di attivismo che lo aveva coinvolto negli anni dell’università, ma che aveva abbandonato dopo il G8 di Genova, e a scoprire un nuovo modo di vedere lo sport: partecipativo, lontano dall’agonismo e dagli ambienti federativi, distante dalla logica del profitto e visto come strumento di crescita personale e collettiva. La ricerca di un benessere psicofisico alla portata di tutti, in nome dell’antifascismo, antirazzismo e antisessismo.

Che in parallelo all’inchiesta e alla ricerca degli assassini la storia del Callo sia anche quella di chiunque si avvicini per la prima volta alla boxe popolare lo si intuisce quando il noir cede il passo a una mappa dettagliata di alcune palestre popolari italiane e straniere, un viaggio che si snoda in tutta la seconda parte del libro. Attività autogestite che nascono in spazi recuperati dall’impegno volontario di chi crede nello sport non come semplice evasione o svago, ma come modo per conoscersi, faticare insieme e aver cura del proprio corpo, scardinando il pregiudizio che vede questa attenzione come una cosa di destra o per ricchi.

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Simone Tallone
“Come tutti i bambini, avrei voluto essere un calciatore. Giocavo benissimo, ero un fenomeno, ma soltanto di notte, mentre dormivo: durante il giorno ero il peggior scarpone che sia comparso nei campetti del mio paese. Sono passati gli anni, e col tempo ho finito per assumere la mia identità: non sono altro che un mendicante di buon calcio. Vado per il mondo col cappello in mano, e negli stadi supplico: «Una bella giocata, per l’amor di Dio».” – Ahimè, fossero parole mie! Eduardo Galeano parla per me!
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