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Beitar Vs Sakhnin: un falso derby

Fin dal 2003, anno in cui l’Ittihad Abna’ Sakhnin (in ebraico Ihud Bnei Sakhnin) ha conquistato per la prima volta la promozione nella massima serie calcistica israeliana, le sue sfide contro il Beitar Jerusalem, squadra che si identifica storicamente con la destra israeliana, hanno avuto un’attrattiva particolare sui media e dato parecchi grattacapi alla polizia. Il Bnei Sakhnin è ad oggi l’unica squadra araba della Premier League israeliana e i match con il Beitar sono visti da molti come una rappresentazione in miniatura del conflitto israelo-palestinese. Il Beitar urla dalle gradinate espliciti cori anti-arabi, mentre Sakhnin, in seguito al cosiddetto Yom Al-Ard (Giorno della terra) del 30 marzo 1976 (giorno in cui la polizia israeliana uccise 6 cittadini di origine araba), è diventata la città simbolo della resistenza palestinese.
Come spesso accade, però, la realtà è più complessa. E se possiamo individuare un’origine sociologica alle posizioni più estreme del Beitar, da parte del Sakhnin lo scontro potrebbe esser non precisamente etnico.

Beitar: gli slogan diventano realtà

Abbiamo già avuto occasione di parlare dell’origine politica delle società sportive israeliane. Quel che qui ci interessa è che, a un decennio dalla formazione dello stato d’Israele, a Gerusalemme, la Ha-po’el era la squadra della classe dirigente mentre il Beitar attraeva maggiormente le classi meno abbienti. Durante gli anni Cinquanta e Sessanta la città santa assorbì la maggior parte degli ebrei provenienti dal mondo arabo-islamico, i cosiddetti Mizrahim. Questi immigrati si trovarono in fondo alla gerarchia socio-economica e ai margini del sistema politico: per questa parte di popolazione tifare Beitar assumeva il significato di una protesta politica contro l’egemonia aschenazita (ebrei di origine europea) del partito socialista sionista. Occupando i gradini più bassi della società, palestinesi e Mizrahim dovettero competere per gli stessi lavori a basso salario, creando un irrigidimento delle relazioni, nonostante la prossimità culturale. Adottare ed enfatizzare il nazionalismo, l’aggressività e l’odio nei confronti dei palestinesi divenne un modo per distinguersi e porre in secondo piano tutto ciò che poteva metterli in comune. Con gli anni Settanta arrivò la ribalta nazionale del Beitar, di pari passo con l’affermarsi del Likud, partito che attraeva la maggior parte dei voti dei Mizrahim. Tifare Beitar riusciva ad unire elementi calcistici, orgoglio etnico e politica.

Molti vedono nei cori anti-arabi una caratteristica del club di Gerusalemme, mentre gli ultras più facinorosi considerano l’anti-arabismo parte integrante dell’identità del club. Un aspetto che richiede particolare attenzione perché sta al centro della questione Beitar – Sakhnin e dell’evoluzione della protesta Mizrahin nel patriottismo ebraico dei supporter del Beitar. Diversi ricercatori parlano della difficoltà degli immigrati dalle terre palestinesi di affrontare la componente araba della loro identità, trovando nel sionismo una potente ideologia a cui affidarsi, dearabizzandosi e deorientalizzandosi.
L’attenzione dei media, però, si rivela più sensibile alle parole urlate allo stadio piuttosto che alla morte di palestinesi per mano delle forze di sicurezza israeliane. E se è vero che il calcio offre l’opportunità al giornalismo israeliano di dimostrare un liberalismo “buonista”, i media sottostimano la breve distanza che intercorre tra le parole e i fatti. Non è infatti una coincidenza che Moshe Nissim, alla guida dei bulldozer D9 che si occupavano di spianare le abitazioni palestinesi, prima di iniziare il suo “lavoro” al campo profughi di Jenin, nel 2002, issò una grande bandiera del Beitar a decoro del suo mezzo meccanico, dando macabra corrispondenza al coro da curva Morte agli arabi.

Beitar

Sakhnin, il calcio come “enclave integrante”

Situata nel cuore della Galilea, Sakhnin è la più grande città musulmana d’Israele, circondata su tre lati da insediamenti ebraici e installazioni militari. Dopo l’esodo palestinese del 1948, la sua popolazione crebbe gradualmente raggiungendo i 25000 abitanti attuali. Lo Yom Al-Ard, giorno in cui la polizia israeliana uccise 6 cittadini di origine araba nel 1976, cambiò drammaticamente la sua immagine pubblica tra gli israeliani di origine palestinese ed ebraica: da piccola cittadina si trasformò a simbolo della lotta per l’identità araba e il monumento costruito a commemorare le sei vittime divenne simbolo iconico e punto di ritrovo di una cerimonia annuale.
In realtà, fin dal 1976, Sakhnin ha sviluppato due distinte narrazioni: da una parte l’eroismo e il sacrificio, dall’altra la centralità del calcio in un processo di negoziazione, di riavvicinamento e di lealtà politica. La narrazione eroica pende verso il nazionalismo palestinese, sottolineando la continuità storica di Sakhnin come bastione di resistenza e condivisione con il resto della popolazione palestinese. Nella sfera calcistica, invece, gli abitanti di Sakhnin costruiscono un dialogo con il pubblico israeliano di origine ebraica, nel tentativo di realizzare un’ accettazione da parte della maggioranza ebraica e creare una “enclave integrante“.

Fu nel 1959 che l’Histadrut, sindacato della sinistra sionista, decise di aprire il calcio anche ai giocatori di origine palestinese. Il “dipartimento arabo” di Histadrut era de facto un apparato del partito di governo, Mapai, che lo usò come mezzo per adattare la politica di potere alla parte palestinese. In tale contesto, il dipartimento arabo intraprese la creazione di un grande numero di club sportivi (palestinesi, ma fermamente israeliani) in diversi villaggi arabi dai primi anni Sessanta in avanti. La stessa cosa è avvenuta a Sakhnin, dove il Bnei è il risultato della fusione, nel 1992, tra la Ha-po’el e la Maccabi preesistenti. La struttura è assolutamente israeliana, tanto che, nonostante la stampa giornalistica araba ascriva la vittoria della coppa d’Israele del 2004 come una vittoria palestinese, non si può dire che la squadra di Sakhnin abbia assunto il ruolo di portabandiera di tale identità, sul modello dell’Atletico Bilbao per quanto riguarda i paesi Baschi o della Al-Wihdat, squadra dichiaratamente palestinese militante del campionato giordano; più corretto invece dire che abbia facilitato la creazione di una nuova identità israelo-palestinese.

Anche dopo gli accordi di Oslo del 1993, i simboli nazionali palestinesi rimangono ai margini della sfera calcistica. Considerati forma di protesta, sono presenti nella sfera privata e, in quella pubblica, solamente durante manifestazioni e commemorazioni. La stessa storica vittoria di coppa del 2004, e in generale ogni successo calcistico (compresa la chiamata in nazionale di giocatori israeliani di origine palestinese), è stata vista come un’opportunità di legittimazione agli occhi dei cittadini israeliani. Nonostante l’apparenza, quindi, da parte dei palestinesi d’Israele, il calcio è il luogo dove lo scontro tra cittadini israeliani ebrei e palestinesi è meno evidente. Gli stessi slogan cantati nella curva del Sakhnin, difficilmente fanno menzione ad aspetti identitari, i motivi sono gli stessi delle altre squadre del paese e spesso le offese sono quelle “classiche” a sfondo sessista e omofobo, senza l’esplicitazione di un sentimento anti-ebraico o anti-israeliano.
Un tifoso del Sakhnin, intervistato alla fine dell’accesa sfida del 2006 col Beitar, aveva dichiarato: “Loro non sono ebrei, sono razzisti”.
Frase che ridefinisce un conflitto, spesso etichettato come etnico, ma che, per quanto riguarda il calcio, può essere anche visto come un confronto tra una tifoseria razzista e una no.

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Infine, un aneddoto

La sera del 18 maggio 2004, mentre le truppe israeliane assaltavano i campi profughi palestinesi nel tentativo di soffocare una sollevazione contro l’occupazione militare, sia il primo ministro israeliano Ariel Sharon, sia il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese, Yasser Arafat, trovarono il tempo per fare una telefonata, data la situazione, di poco conto. Sharon telefonò al manager di una squadra di calcio israeliana che si era appena aggiudicata la Coppa d’Israele, successo che la poneva come rappresentante dello stato ebraico in Coppa UEFA; Arafat chiamò il responsabile di una squadra di calcio araba per congratularsi di una vittoria arrivata quel giorno, orgoglio dell’Autorità Palestinese. La coincidenza potrebbe sembrare di poco conto se Sharon e Arafat non avessero quella sera composto lo stesso numero, quello del presidente dell’ Ihud Bnei Sakhnin, Mazen Ghenayem, dopo che la sua squadra divenne la prima squadra arabo-israeliana ad essersi aggiudicata la coppa d’Israele.
Un episodio che dimostra la duplice immagine di Sakhnin, vista da parte ebraica e da parte palestinese.


Bibliografia
Tamir Sorek, Soccer fandom and citizenship in Israel, Middle East Report. 245 (2007).
Tamir Sorek, Between Football and Martyrdom: The Bi-Focal Localism of an Arab-Palestinian Town in Israel, The British Journal of Sociology. 56.4 (2005).

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Simone Tallone
“Come tutti i bambini, avrei voluto essere un calciatore. Giocavo benissimo, ero un fenomeno, ma soltanto di notte, mentre dormivo: durante il giorno ero il peggior scarpone che sia comparso nei campetti del mio paese. Sono passati gli anni, e col tempo ho finito per assumere la mia identità: non sono altro che un mendicante di buon calcio. Vado per il mondo col cappello in mano, e negli stadi supplico: «Una bella giocata, per l’amor di Dio».” – Ahimè, fossero parole mie! Eduardo Galeano parla per me!
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