Breve storia del calcio arabo in Palestina. Parte I: laddove il calcio è politica

Inizia oggi la prima parte di una piccola inchiesta che è nata da una domanda: che fine hanno fatto nel campionato di calcio israeliano le squadre di origine araba? In tre puntate cercheremo di capire come, dal Mandato britannico allo stato di Israele, anche nel calcio l’identità palestinese si sia andata gradualmente affievolendo.
Parte II – Una sola federazione
Parte IIIPrendi una palla e ti dirò chi sei

A pochi mesi dall’era dell’attuale presidente Eli Tabib, il Beitar Jerusalem aveva ufficializzato l’acquisto di Dzhabrail Kadiyev e Zaur Sadayev: 19 e 23 anni, entrambi ceceni e di religione musulmana, ultimi acquisti della precedente gestione del magnate russo Arcadi Gaydamak, rimasto in carica fino al giugno 2013. Una notizia che non era andata giù ai supporter locali, soprattutto a quelli considerati più facinorosi, il gruppo ultras La Familia, che alla prima partita utile hanno dispiegato nella tribuna orientale del Teddy Stadium un grande striscione giallo che citava l’inquietante scritta “Il Beitar sarà puro per sempre“. Il riferimento era alla religione professata dai due giovani calciatori. Non importa che non fossero arabi, e che i musulmani ceceni abbiano la loro tragica storia di conflitti etnici e una battaglia secessionista con la Russia che non ha nulla a che vedere col conflitto arabo-israeliano. La Familia è orgogliosa e difende la sua identità ebraica e non c’è spazio per loro.

In realtà gli ultras del Beitar sono sempre andati oltre la rivendicazione identitaria, la sua curva è conosciuta per i suoi cori razzisti nei confronti di giocatori di origine araba o di colore e perché spesso vede sfoggiare durante le partite la bandiera dell’interdetto partito di estrema destra Kach (un pugno chiuso racchiuso in una stella di Davide nera su campo giallo). E non si può dire che episodi come quello riguardante i due giocatori ceceni siano isolati. Nel 2005, vita migliore non aveva fatto Ibrahim Nadallah, calciatore nigeriano musulmano che aveva resistito solo pochi mesi all’ombra della Menorah (simbolo del Beitar). E uguale sorte era capitata a Abbass Suan, l’eroe della sfumata qualificazione di Israele ai Mondiali 2006 insieme a Walid Badir (entrambi palestinesi cittadini d’Israele, il primo autore di un insperato pareggio contro l’Eire, il secondo a segno contro la Francia). L’ex presidente Arcadi Gaydamak voleva Suan fortemente, che avrebbe potuto essere il primo giocatore palestinese a vestire la maglia giallo-nera del Beitar. Ma appena ventilata la notizia di una trattativa, La Familia aveva giocato di anticipo al Teddy Stadium accogliendo Suan, allora tra le fila del Bnei Sakhnin con questo striscione: “Suan, tu non ci rappresenti“. Arcadi Gaydamak alla fine si è tirato indietro e Suan aveva scelto il Maccabi Haifa, squadra considerata anti-razzista e che nutre una certa rivalità con il Beitar (assieme all’Hapoel Tel Aviv).

Se volessimo spiegare Israele attraverso il calcio dovremmo partire da queste divisioni: Beitar, Hapoel e Maccabi. Il Beitar Jerusalem FC è stato fondato nel 1936, in quello che allora era il Mandato britannico della Palestina, come attività sportiva all’interno del Beitar, movimento fondato in Lettonia da un reporter di guerra ucraino, per promuovere la nascita dello Stato di Israele. Il Beitar negli anni è diventato Herut che nel 1988 è confluito nel Likud, l’attuale partito nazionalista liberale di centro-destra. La squadra di Gerusalemme è vicina a questo partito. Lei, come tutte le compagini del Paese che hanno nel nome la parola Beitar. Perché fin dal principio è stata la linea politica e non quella etnica a determinare le rivalità in campo. E così le Beitar rappresentano il Likud, le Hapoel rappresentano la sinistra sionista e sono l’espressione sportiva del sindacato e le Maccabi sono identificabili coi liberali. Sono queste espressioni che hanno fatto nascere in ogni città squadre calcistiche. E la stessa Bnei Sakhnin, che ha dato negli ultimi anni molte soddisfazioni ai palestinesi cittadini d’Israele, risulta non essere una eccezione: il nome infatti è conseguenza della fusione delle preesistenti Maccabi e Hapoel locali.

Viene da chiedersi dove siano finite, nel calcio israeliano, le squadre di origine araba. Spesso tendiamo a considerare palestinese chi abita nella Striscia di Gaza, in Cisgiordania o a Gerusalemme est, senza considerare coloro che vivono in Israele (il 20% della popolazione, coloro che sono riusciti a restarvi dopo la sua creazione) e nei campi profughi dei paesi arabi (la metà della totale popolazione palestinese, 700.000 persone tra vittime della pulizia etnica e loro discendenti). Molto spesso, fa specie dirlo soprattutto quando di un territorio si parla solo di guerra, giocano a calcio.

Sono molte le storie che sarebbe opportuno (e non è detto che non si arrivi a farlo) raccontare. Quella della Jabal al Mukaber, gli ex campioni palestinesi di Gerusalemme Est, che, separati da un muro (quel muro) dai rivali del Beitar, si trovano a dover disputare un altro campionato, di un altro continente, e a non aver neanche un campo di casa in città, dovendo ripiegare sulla vicina Al Ram. O quella della Al-Wihdat, squadra del campionato giordano formatasi all’interno dell’omonimo campo profughi palestinese. Ma la nostra piccola inchiesta per ora, se avrete voglia di seguirci, non lascia i confini dell’attuale stato ebraico (o meglio, passerà da quello che era il Mandato britannico a quelli che sono adesso i limiti della nazione) per capire, facendo una breve storia del calcio arabo in Israele, quando il nazionalismo palestinese “ha abbandonato il campo”.

continua…


Bibliografia

Tamir Sorek, Soccer fandom and citizenship in Israel, Middle East Report. 245 (2007).
Tamir Sorek, Palestinian nationalism has left the field: a shortened history of arab soccer in Israel, International journal of Middle East Studies, Vol. 35, No. 3 (2003).

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Simone Tallone
“Come tutti i bambini, avrei voluto essere un calciatore. Giocavo benissimo, ero un fenomeno, ma soltanto di notte, mentre dormivo: durante il giorno ero il peggior scarpone che sia comparso nei campetti del mio paese. Sono passati gli anni, e col tempo ho finito per assumere la mia identità: non sono altro che un mendicante di buon calcio. Vado per il mondo col cappello in mano, e negli stadi supplico: «Una bella giocata, per l’amor di Dio».” – Ahimè, fossero parole mie! Eduardo Galeano parla per me!
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