Maccabi tel aviv

Breve storia del calcio arabo in Palestina. Parte II: una sola federazione

Seconda parte di una piccola inchiesta che è nata da una domanda: che fine hanno fatto nel campionato di calcio israeliano le squadre di origine araba? In tre puntate cercheremo di capire come, dal Mandato britannico allo stato di Israele, anche nel calcio l’identità palestinese si sia andata gradualmente affievolendo.
Parte I: Laddove il calcio è politica
Parte III: Prendi una palla e ti dirò chi sei

Partiamo dalla regola generale: nelle società in cui si manifesta una spiccata partecipazione sportiva e in cui sono presenti rivendicazioni territoriali, è molto facile che tali conflitti vengano trasferiti nello sport. Celebre è la frase di Eric Hobasbawm: “una comunità immaginaria di  milioni di persone sembra più reale nelle sembianze di una squadra di undici giocatori”. Tradotto: il successo di una minoranza in alcune discipline catapulta all’interno dell’arena sportiva il sentimento identitario. Nel calcio, numerosi sono gli esempi: il Celtic di Glasgow, l’Atletico Bilbao, il Barcellona.

Ma siamo sicuri che sia sempre così?

Questo, ad esempio, non succede per i palestinesi di Israele, dove il calcio non è un mezzo di espressione dell’identità nazionale palestinese (la cui squadra portabandiera è Al-Whidat e milita nel campionato giordano). Invece che enfatizzare sulle gradinate un conflitto sociale, questo sport sembra avere una funzione inibitoria, di calmare le tensioni con la maggioranza di religione ebraica. Israele è riuscita, infatti, nel tempo a negare l’identità palestinese dei suoi cittadini di origine araba, per creare una nuova identità locale araba leale allo stato d’Israele. Gli elementi palestinesi rimangono all’interno della sfera privata e i pochi tentativi pubblici di espressione identitaria, come l’organizzazione politica al-‘Ard dei primi anni Sessanta, sono stati soppressi. Tuttavia ci sono commemorazioni, come per il Nakba o il Land day, dove si visitano i monumenti di Shfa-‘amer (per le vittime del 1948) e di Sakhnin (per le uccisioni del 1976) e alcune scuole arabe si recano nei villaggi palestinesi distrutti.

Tutto questo, però, non entra negli stadi. Difficile vedere bandiere palestinesi sulle gradinate delle squadre cosiddette arabe: canzoni, cori e insulti sono presi dai repertori delle squadre di calcio israeliane, senza riferimenti nazionali. Scoppi di violenza tra tifoserie musulmane ed ebraiche non sono più frequenti di altri. I giocatori arabo-palestinesi che giocano nel campionato israeliano sottolineano la loro “identità” professionale piuttosto che quella nazionale. Come si è arrivati a questa separazione?

Il calcio arrivò in Palestina con gli immigrati europei d’inizio Novecento e subito venne praticato sia da arabi, che da ebrei. La sua istituzionalizzazione iniziò dopo la conquista britannica del 1917, dato che lo sport era un buon mezzo per cooptare le popolazioni locali. In prima linea c’erano proprio gli inglesi, che nel 1921 fondarono la prima società sportiva a Gerusalemme che includeva sia giocatori arabi, sia ebrei. L’iniziativa di stabilire una federazione sportiva affiliata alla FIFA, invece, avvenne qualche anno dopo per mano della Maccabi, associazione sportiva dell’ala liberale sionista. Secondo le regole FIFA, poteva essere accettata come membro solo una federazione rappresentante uno stato. La Maccabi fu pertanto costretta a coinvolgere non solo gli avversari politici della Ha-po’el, ma anche le società arabe. E a dar vita alla Federazione Calcistica Palestinese (PFA), al cui primo incontro, oltre a 14 società sioniste, era presente un delegato arabo, membro della famiglia Nusseibeh (per la Islamic Sport Club di Gerusalemme).

Fin dai primi anni dirigenti e giocatori sionisti dominarono ad ogni livello. Al di là del campionato del 1932, andato alla squadra della polizia britannica, i titoli erano vinti sempre da team sionisti. Inoltre la rappresentativa nazionale palestinese iniziò ad essere boicottata dai giocatori arabo-palestinesi, dato che nelle gare ufficiali l’inno sionista ha-Tikva veniva suonato insieme a God save the queen. Ma la disponibilità araba a fare da foglia di fico alla neutralità della federazione non durò a lungo. E nel 1934 fu fondata una federazione sportiva arabo-palestinese (PSA): le squadre di calcio arabe vi si riversarono, riorganizzando la struttura istituzionale dello sport secondo le divisioni etniche e nazionali della società. Durante gli anni Trenta, lo sport arabo popolava per lo più le scuole. Nel maggio del 1935, tuttavia, la nuova associazione arabo-palestinese riuscì a dar vita ad un grande festival di sport a Jaffa, al quale parteciparono più di 5000 atleti. Ma la ribellione araba del 1936 contro il mandato britannico decretò la fine dell’avventura della PSA, che fu smantellata. Nel 1944, fu il National Sport Club of  Jaffa a iniziare la ricostituzione della federazione sportiva arabo-palestinese, che già tre anni dopo, organizzata in 6 delegazioni regionali, arrivò a rappresentare 65 club e iniziò a pubblicare una sua rivista, al-Gil.

Anche nella sfera arabo-palestinese la leadership politica fiutò subito l’importanza del calcio, iniziando a presenziare ai maggiori eventi.
La finale del primo campionato palestinese tra la Islamic Sport Club di Jaffa e la Orthodox di Gerusalemme fu sponsorizzata da Ahmed Hilmi Basha, tramite la Arab National Bank di cui era a capo, e gli permise di accreditarsi politicamente. Il supporto dell’Arab National Bank e la grande copertura mediatica garantita allo sport dal giornale palestinese Filastin, indicano che il calcio già all’epoca era un buon mezzo per agire sull’opinione pubblica. La partita fu preceduta da un minuto di silenzio in memoria delle vittime di guerra in Siria e in Libano: una solidarietà che spesso si traduceva anche nell’organizzazione di partite il cui ricavato andava alle vittime di guerra. L’intento non era unicamente umanitario. Durante questi anni la federazione sportiva arabo-palestinese lavorava per creare relazioni internazionali con altri paesi, e i suoi atleti partecipavano a competizioni sportive organizzate in Giordania, Siria, Libano, Egitto e Iran. L’intento era quello di creare delle relazioni coi paesi vicini per arrivare al riconoscimento internazionale dell’associazione. I problemi politici erano notevoli, dato che la PFA (la federazione calcistica palestinese riconosciuta dal FIFA), vietava le competizioni tra squadre nazionali e la rappresentativa allestita dalla PSA.

Nel 1946, fallita l’idea di una federazione palestinese-siriana, ci fu l’ultimo tentativo: con il supporto di  Libano ed Egitto, la federazione araba fece appello ufficiale alla FIFA perché le venisse riconosciuta autonomia. La FIFA rifiutò, ribadendo la sola legittimità della PFA. Poi arrivò la guerra, nel 1948, che bloccò la riorganizzazione del calcio arabo-palestinese e portò distruzione. Dopo la guerra, nessuna infrastruttura sportiva araba indipendente sopravvisse. Uno spazio vuoto che non tardò ad essere occupato da un nuovo potere.

La carenza di campi da gioco e la voglia dei giovani di fare sport possono essere un mezzo di controllo della classe dominante? O stiamo sovrastimando il ruolo dello sport, nell’immaginario comune pratica apolitica? Difficile rispondere con certezza: forse lo sport, come scrive Pierre Bourdieu, può servire ad ottenere il consenso del corpo, laddove l’anima rifiuta di darlo.

continua…


Bibliografia

Tamir Sorek, Soccer fandom and citizenship in Israel, Middle East Report. 245 (2007).
Tamir Sorek, Palestinian nationalism has left the field: a shortened history of arab soccer in Israel, International journal of Middle East Studies, Vol. 35, No. 3 (2003).

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Simone Tallone
“Come tutti i bambini, avrei voluto essere un calciatore. Giocavo benissimo, ero un fenomeno, ma soltanto di notte, mentre dormivo: durante il giorno ero il peggior scarpone che sia comparso nei campetti del mio paese. Sono passati gli anni, e col tempo ho finito per assumere la mia identità: non sono altro che un mendicante di buon calcio. Vado per il mondo col cappello in mano, e negli stadi supplico: «Una bella giocata, per l’amor di Dio».” – Ahimè, fossero parole mie! Eduardo Galeano parla per me!

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