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Teoria del rigore perfetto

Vi è sempre stato detto di studiare. Vi siete sempre riparati dietro l’ispirazione della genialità, col vostro poster di Maradona in bella vista sopra il letto. Alla fine non è andata, in serie A non ci siete arrivati, ma il genio, il fuoriclasse indisciplinato e ispirato – Diavolo! – l’avete sempre visto, riconosciuto e ammirato.

Poi arrivano loro, un gruppo di ricercatori inglesi, dell’Università John Moores di Liverpool per la precisione, che si mettono lì, studiano, vedono decine e decine di filmati, fanno addirittura indossare alla squadra di calcio dell’università degli occhialini per filmare la direzione dello sguardo in base ai movimenti, ed ecco che ti tirano fuori la formula matematica – la formula matematica! – del rigore perfetto. Altro che sfrontatezza, sangue freddo o “tira e spera”. E’ tutta una questione di biomeccanica e psicologia: a questo è arrivata la scienza a più di 120 anni dal primo rigore della storia del calcio, battuto nella partita tra Wolverhampton Wanderers e Accrington Stanley.

Passiamo alla pratica. Ci troviamo sul dischetto. Abbiamo posizionato la palla e, camminando a ritroso, con sguardo di sfida al portiere (ma non troppo a lungo!), indietreggiamo per prendere la rincorsa. Siamo distanti undici metri dalla linea di porta, larga 7,32 metri e alta 2,44. Le statistiche dicono che abbiamo una possibilità su quattro di fallire, con un margine di errore che scende al 10% se il portiere non azzecca la direzione del tiro. Viste le condizioni, applichiamo l’equazione: il rigorista perfetto deve prendere una rincorsa di 5-6 passi, formando un arco di 20-30 gradi, mirare uno dei due angoli della porta – precisamente a 50 cm dall’incrocio dei pali (il mitico sette) – e scagliare la palla con una velocità di circa 100km/h (tra i 90 e i 104 km/h, a voler essere pignoli), in modo da entrare in rete in 40 centesimi di secondo. Et voilà, il rigore imparabile! Efficacia confermata anche dal fisico Stephen Hawking.

Con la ricetta pronta per il portiere non c’è scampo. Già basterebbe la statistica a far pendere la “bilancia” dei rigori decisamente dalla parte del tiratore. Decretato un rigore, il tifoso già pregusta il gol. Ma ragioniamo in maniera contro-intuitiva: questo non fa altro che dare un vantaggio psicologico al portiere. Nessuno si aspetta, in fondo, che un portiere pari un rigore: la responsabilità è tutta sulle spalle di chi tira. E qui, un altro gruppo di ricercatori inglesi, di Exeter stavolta, attraverso esperimenti con la selezione di calcio universitaria, ha notato che, più alta era la posta in palio (80€ al miglior rigore tirato), più l’agitazione del giocatore lo portava a fissare la posizione, centrata, del portiere. E dato che il controllo dello sguardo e quello motorio sono coordinati, ne usciva un tiro più centrale del voluto, vita più facile per il portiere. Quindi più agitazione, più alta è la probabilità di sbagliare.

Allora battezzo l’angolo e tiro! Vero, ma mai trascurare possibili fattori psicologici anche reconditi: gli esperti ricorderanno di certo la reazione dell’inglese Stuart “Psycho” Pearce dopo aver trasformato un rigore contro la Spagna negli Europei del ’96. Realizzazione che lavava l’onta dell’errore dal dischetto a Italia ’90. I fantasmi del passato. Quindi, non sottovalutiamo il problema.

Ovviamente, se l’unica arma dei numeri 1 è la psicologia, i portieri moderni sono ormai attrezzati a sostenere questa battaglia mentale. E se c’è chi ha unito la preparazione tecnica alla provocazione, come il tedesco Jens Lehmann che, in Argentina – Germania dei Mondiali 2006, consultava ripetutamente un foglietto di appunti sugli avversari tenuto nei calzettoni, ma con l’intento più che altro di distrarre i tiratori in un momento decisivo, più viva nella memoria è la danza di Jerzy Dudek nella finale Champions di Istanbul del 2005, che dell’irriverenza e del nervosismo altrui fece tesoro.

Menti accademiche si sono spremute a favore della causa dei portieri.

Innanzitutto meglio non tuffarsi prima di aver visto la direzione del tiro. Un tiro tipico pare raggiunga la porta in mezzo secondo. Tenuto conto del tempo di reazione, il portiere avrebbe ancora 20 centesimi di secondo per percorrere di slancio più di due metri e coprire più del 70% dello specchio della porta.

Sempre validi rimangono i consigli degli “anziani”: concentrarsi sul pallone, ma ancor meglio guardare le anche del calciatore a fine rincorsa, spostarsi 10 cm dalla posizione centrale per tentare il tiratore a scegliere l’angolo preferito e, soprattutto, allargare ripetutamente le braccia per diminuire la grandezza percepita della porta.

Tutto vero, ma c’è chi va oltre, come il portiere del Chelsea Petr Cech che preferisce indossare maglie arancioni perché crede che questo colore  attragga gli avversari portandoli a tiragli addosso. Superstizione? Forse, ma sostenuta da alcuni psicologi dell’Università di Chichester: hanno chiesto a 40 giocatori di tirare una dozzina di calci di rigore nel corso di una settimana contro lo stesso portiere che indossava ogni volta maglie diverse. In divisa rossa solo il 54% dei calci di rigore è entrato in porta, con una gialla il 69%, con una blu il 72% e con una verde il 75%. Signori portieri d’ora in avanti sapete cosa indossare!

Fortunatamente a ridare vita all’idea di “lotteria” – perché a questo prezzo, cosa battiamo i rigori a fare, è già tutto deciso! – sono intervenuti gli economisti.

Di questi tempi pensavi che gli economisti non si sarebbero pronunciati?

Ebbene proprio loro sfatano il mito del tiro angolato: il rigore migliore, dicono, è quello tirato dove il portiere non se lo aspetta, al centro della porta (solo il 7% delle volte i portieri restano fermi). E allora perché non tirano tutti lì? Perché sia il rigore perfetto che quello centrale sottostanno alla Teoria dei giochi. Il rigore è un tipico gioco a somma-zero tra due partecipanti, la mossa vincente di un giocatore corrisponde sempre a una perdita dell’altro. In ambito economico il premio Nobel John Forbes Nash Jr. ha teorizzato che, in interazioni di questo tipo, la strategia migliore sia quello di variare le proprie mosse in maniera imprevedibile.

Così è il cosiddetto equilibrio di Nash a salvare la lotteria. Tiriamo un sospiro di sollievo, possiamo ancora guardare i rigori e sperare che il fuoriclasse, quando meno te lo aspetti, tiri fuori dal cilindro un “cucchiaio”, o il terzinaccio, a testa bassa, scagli un tiro fortissimo alla speriamo bene.

L’economia ci ha salvato ancora una volta!

Per i più audaci e per i matematici in lettura la formula del rigore perfetto:

(((X + Y + S) / 2) x ((T + I + 2B) / 4)) + (V/2) – 1

Dove:

V = velocità della palla
T = tempo tra posizionamento e tiro
S = passi di rincorsa
I = intervallo di tempo tra tuffo del portiere e tiro
Y = verticalità della palla
X = orizzontalità della palla
B = angolazione del piede al momento di battere il rigore

…ma il – 1???

 

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Simone Tallone
“Come tutti i bambini, avrei voluto essere un calciatore. Giocavo benissimo, ero un fenomeno, ma soltanto di notte, mentre dormivo: durante il giorno ero il peggior scarpone che sia comparso nei campetti del mio paese. Sono passati gli anni, e col tempo ho finito per assumere la mia identità: non sono altro che un mendicante di buon calcio. Vado per il mondo col cappello in mano, e negli stadi supplico: «Una bella giocata, per l’amor di Dio».” – Ahimè, fossero parole mie! Eduardo Galeano parla per me!
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