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Portieri figli di puttana

L’espressione figlio di puttana deve essere intesa nel senso più lato. Avete presente Eli Wallach quando, nel finale de Il buono, il brutto e il cattivo, grida: “Ehi biondo, lo sai di chi sei figlio tu?”, ecco, in quel senso.


PORTIERI-FIGLI-DI-PUTTANAPortieri figli di puttana
 
di Fausto Bagattini (ed. Ultra Sport) inizia così: con una citazione di Sergio Leone e la definizione della categoria in oggetto. E per quei pochi che non hanno mai visto uno spaghetti western, è bene ricordare che l’espressione “figlio di puttana” non ha una connotazione moralistica, sessista o maschilista. Per dirla alla Tuco: hijo de puta. Uguale: canaglia.

Dopo eroi di sventura, figli di puttana completa una fatica che è una vera e propria enciclopedia dei numeri uno, un lavoro unico che tramite la lente d’ingrandimento dei portieri racconta la vita stessa. Tra gli “eroi di sventura” e “i figli di puttana” non esiste una linea di demarcazione, ma una continuità narrativa che diventa puro racconto. Personaggi estrosi e particolari sono i protagonisti di vite vissute, che in qualche modo non parlano solo di portieri, ma dell’umanità stessa. Per questo le vicende raccontate acquistano un timbro quasi epico: al di là degli scandali – che sono sempre accaduti – alla fine resta lo sport, il racconto di storie che hanno come obiettivo quello di ridare al gioco una dimensione più ludica (e un pò meno commerciale).

Emblematica a questo proposito è la figura di Jean Marie Pfaff, portiere del Belgio che ai mondiali dell’82 decise di fuggire dal ritiro della Nazionale in ambulanza e che in Messico, quattro anni dopo, scenderà in campo con una mise rosso sgargiante, in omaggio a Kelly Le Brock (protagonista de La signora in rosso). Un personaggio che all’esordio in Bundesliga con la maglia del Bayern, dopo una papera clamorosa, riuscirà a sdrammatizzare l’errore con filosofia: “Quella autorete è stata la mia fortuna. Un gesto così cretino mi ha infatti reso subito popolare in tutto il mondo“.

Al di là dei fatti di cronaca nera – come quello del portiere brasiliano Bruno Fernandez de Souza che è stato arrestato per sequestro, uccisione e occultamento di cadavere dell’amante pornostar – la scuola tedesca/italo-argentina è quella che fornisce più materiale. Come non citare Hugo Gatti, che alla Bombonera si mise a spazzare con una scopa coriandoli e ortaggi dalla propria area di rigore; oppure Alberto Poletti, portiere-gangster dell’Estudiantes, che nella finale di ritorno della Coppa Intercontinentale del ’69 ordinerà alla propria squadra di bersagliare con calci, pugni e gomitate Nestor Combin (‘colpevole’ di aver scelto la cittadinanza francese a quella argentina). O lo stesso Jens Lehmann, numero uno tedesco, che sequestrò gli occhiali ad un tifoso che gli chiedeva conto dell’espulsione appena ricevuta, e noto anche per aver urinato dietro i cartelloni pubblicitari durante una partita di Champions League.

Il portiere, si sa, è un pò folle. E seguendo l’adagio della sua presunta pazzia, ci si imbatte in personaggi unici. Come Rene ‘El loco’ Higuita, che oltre ad essere famoso per la mossa dello scorpione, è passato alla storia per aver fatto da mediatore in un sequestro di persona senza avvertire la polizia e per la sua stretta amicizia con il narcotrafficante colombiano Pablo Escobar. Oppure la parabola noir di Gilbert Bodart: «una fortuna sperperata nel gioco d’azzardo e poi investimenti sbagliati in Romania, dopo l’incontro con Vincenzo Alfano, mafioso di origine italiana, che lo coinvolgerà in una fitta trama di traffico di soldi e di titoli falsi, con prestiti e regolamenti di conti».

Per non tacere di Lutz Pfannenstiel, portiere giramondo che in Nuova Zelanda rubò un pinguino, tenendolo nella vasca da bagno dell’hotel e che può vantare di aver anche conosciuto le carceri di Singapore. Da ultime, le vicende di Hope Solo e Lido Vieri. La prima è il più forte portiere di calcio femminile di tutti i tempi, bella e dannata, fin dal concepimento avvenuto nella galera di Walla Walla. Il secondo, invece, fu l’unico a tornare vincitore dalla spedizione mondiale del ’70: dopo aver sedotto la figlia del vice primo ministro messicano, assistette alla lezione che Pelè impartì all’Italia, direttamente dalla tribuna presidenziale dello stadio Azteca.

Oltre 50 biografie e 1 solo protagonista: il portiere. Perchè il ruolo ha questo fascino?
«Rispondo come ha fatto con me Buffon – dice Bagattini – per l’alterità. Per l’essere diverso da tutti, per il rischio e la sfida».

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Chi sono? cosa faccio? dove vado? A tutte queste domande rispondo con un bel silenzio. Diciamo che lo psicodramma è il mio terreno preferito, altrimenti che genoano sarei?! Mi piacciono i piani ben riusciti ed è per questo che opero sempre in direzione contraria. Insomma ho una predilezione per gli sconfitti, i secondi e quelli che si sbattono. Per farla breve, per i gregari. Ahimè sono un romantico e quando vinco mi sento a disagio. Per questo sono sempre all’opposizione. Ci sono 4 cose che mi mandano in visibilio: la frazione a farfalla di Pankratov, l’eleganza di uno stop di petto, il culo di Franziska van Almsick e i tackle di Paul Ince. Per il resto bevo birra.

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