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Frank Lubin, il diamante lituano

All’inizio del secondo atto Casimiro Scherzo lo scova ad Hollywood, travestito da King Kong e con una bambola in mano mentre si avvicina alla macchina da presa. Eccolo, il diamante lituano. Sguardo penetrante. Si chiama Frank. Frank il Grande. Due metri in lunghezza: il più grande monolite lituano di cui si abbia notizia.

Marius Ivaškevičius, drammaturgo lituano contemporaneo, con la sua pièce Madagascar ha portato in scena l’utopia dello studioso di geopolitica Kazys Pakštas di trasferire la Lituania nell’isola africana. Nel primo dopoguerra, tra i raggi fiochi e infidi dell’albeggiante comunismo e i fumi mefitici del nazionalsocialismo, Casimiro (personaggio inventato che ricorda Pakštas e le sue teorie) è alla ricerca di un altrove sicuro in cui conservare il presente precario del suo piccolo Paese. Incontrerà molti lituani famosi in giro per il mondo, a loro il compito di instillare la lituanità su altri lidi.

Tra loro, Frank. Al secolo Frank Lubin o, come lo conoscono i lituani, Pranas Lubinas.

Ovviamente, tutto questo non è mai accaduto. Lo stesso Ivaškevičius ci rassicura nella premessa: non è mai esistito nessun Lituaniscar. Nessuno esodo lituano, volontario e di massa, è mai avvenuto. Ma Frank sì, Frank c’è stato veramente. E veramente avremmo potuto vederlo all’interno di un set cinematografico, anche se lui giocava a basket. E che giocatore.
“La sua patria è la pallacanestro – si dice nella pièce – nella pallacanestro vedo lui e tutta la Lituania”Un Olimpiade e un Europeo vinti, uno con la nazionale USA l’altro con quella lituana. Una scelta tra due paesi: particolarità questa che val la pena di sottolineare.

Ma andiamo con ordine. Frank (o Pranas) nasce a Los Angeles da genitori lituani. Tre fratelli e due sorelle. I primi approcci col basket in un playground dietro la chiesa, lo studio, poi di colpo la crescita, da 182 a 198 cm, e l’interessamento della squadra studentesca di pallacanestro. Anche se lui puntava ad essere un saltatore con l’asta. I casi della vita.
Negli anni dell’università gioca coi Pasadena Majors e successivamente con l’Olympic Club, squadre dell’Amateur Athletic Union. Non sono ancora gli anni del professionismo, ma la AAU era strettamente legata al comitato olimpico americano, e i suoi campionati valevoli per la qualificazione ai Giochi Olimpici.

Nel ’33 Frank deve abbandonare gli studi. Trova lavoro e un posto nella squadra di basket agli Universal Studios (allenata da un truccatore). Il suo soprannome da giocatore? Frankenstein Lubin, galeotto un make up per la promozione di un film (niente King Kong sembrerebbe).
E’ la svolta. Con gli Universal Studios sfida le migliori formazioni dell’YMCA e dei college, riuscendo a vincere il torneo finale. E arriva la qualificazione alle Olimpiadi di Berlino del ’36: la prima volta del basket come disciplina olimpica. Un torneo difficile, all’aperto, e una finale disputata sotto una pioggia battente col Canada. Finale: 19 a 8. E oro olimpico.

Il viaggio in Europa fu un modo per visitare la propria terra d’origine, la Lituania. Accolto in pompa magna dal presidente Antanas Smetona, rimane nella propria terra d’origine per 4 mesi mesi. Ma, tornato negli USA, rimane lì appena un anno.

Consideriamo gli anni, consideriamo i governi, consideriamo il teatro: l’Europa tra le due guerra e l’affermarsi dei fascismi. In Lituania la tornata elettorale del 1926 vede la vittoria di una coalizione formata dalla sinistra liberale. Inizia un periodo di democratizzazione del Paese: abolizione della legge marziale, amnistia per i prigionieri politici, il riconoscimento dei sindacati. Un periodo breve. I cristiano-democratici e la destra, infatti, preoccupati dal clima politico, decidono di ricorrere all’uso della forza e nel dicembre dello stesso anno un colpo di stato militare rovescia il governo: ad Antanas Smentona va la presidenza. Si arrestano attivisti, iniziano le fucilazioni, viene ripristinata la legge marziale e messi al bando i partiti d’opposizione.

Come ogni regime autoritario, anche quello lituano ha bisogno di sport, propaganda ed eroi. Il folle geopolitico della pièce probabilmente non propose mai a Lubin di farsi simbolo della Lituania, Smetona sì. E Frank accetta. Nel 1938 riparte per la Lituania. Allena (nello stile americano) squadre giovanili e sceglie i 14 giocatori con cui andrà a vincere gli Europei casalinghi del 1939.
Sarà la guerra a scegliere per lui la patria e a portare Lubin nuovamente negli USA. Oltreoceano non trova più il suo vecchio lavoro agli Universal Studios, ma rimane nel “ramo”, alla Twenty Century Fox, ovviamente con un posto nella squadra di basket dello studio cinematografico. Andrà a canestro fino al 1967, ad oltre 50 anni.
La sua patria è la pallacanestro, appunto.

Credits Image: Diego Salas


Bibliografia

Ivaskevicius, Marius, Stefano Moretti, Toma Gudelyte. Madagascar Pièce in Tre Atti. Lo Spirito Del Teatro 68. Corazzano, San Miniato: Titivillus, 2012.

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Simone Tallone
“Come tutti i bambini, avrei voluto essere un calciatore. Giocavo benissimo, ero un fenomeno, ma soltanto di notte, mentre dormivo: durante il giorno ero il peggior scarpone che sia comparso nei campetti del mio paese. Sono passati gli anni, e col tempo ho finito per assumere la mia identità: non sono altro che un mendicante di buon calcio. Vado per il mondo col cappello in mano, e negli stadi supplico: «Una bella giocata, per l’amor di Dio».” – Ahimè, fossero parole mie! Eduardo Galeano parla per me!
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