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Alpinismo e Grande Guerra 3 – Morte di uno scalatore

Le storie di eroismo quotidiano e di ostinatezza nel resistere in condizioni estreme sono tante, così come le azioni che portarono a conquistare passi e cime poi persi e riconquistati nuovamente dai contendenti. E’ molto difficile riunire in un discorso composito e univoco ogni aspetto della Guerra Bianca e farlo rientrare in un discorso puramente alpinistico, però è doveroso sapere che molte delle vie ferrate e delle passeggiate che ogni anno migliaia di turisti percorrono trascorrendo felici giornate immersi in una natura magnifica risalgono al periodo bellico e sono costate tante, troppe vite.

Una di queste è la ferrata De Luca-Innerkofler che porta fino alla cima del monte Paterno, vicino alle più famose Tre Cime o Drei Zinnen e deve il suo nome a una vicenda che coinvolse un alpino, Piero De Luca e l’alpinista austriaco Sepp Innerkofler. Ho iniziato ad appassionarmi a questo avvenimento quando, due anni fa, sono stato con alcuni amici a fare il turistico ma comunque bellissimo giro delle Tre Cime che inizia e si conclude al Rifugio Auronzo. Lungo il sentiero si passa accanto al monte Paterno, teatro di vari combattimenti durante la Prima Guerra Mondiale, testimoniati da alcune cenge e postazioni scavate nella roccia dagli alpini e dagli austriaci. Dal rifugio Locatelli inizia il sentiero attrezzato Innerkofler e da qui inizia anche la storia della sua morte.

Innerkofler era nato a Sesto in Pusteria, all’epoca territorio dell’Impero Austro-Ungarico ed era diventato un abile e rinomato scalatore, soprattutto dopo essere stato il primo a conquistare la Cima Piccola di Lavaredo dalla difficilissima parete Nord nel 1890. Negli anni Innerkofler aveva accresciuto la sua fama di scalatore conquistando un pò tutte le vette delle Dolomiti di Sesto, accumulando anche una discreta ricchezza grazie all’albergo Dolomiten e alla gestione di alcuni rifugi alpini della zona – per diciassette anni fu gestore del rinomato rifugio Dreizinnen, dove oggi sorge il rifugio Locatelli. Allo scoppio della guerra Innerkofler aveva 49 anni e fu esentato per ragioni di età, ma con l’entrata in guerra dell’Italia per gli abitanti del Tirolo cambiò tutto: decise quindi di arruolarsi volontario nelle pattuglie degli Standschutzen assieme ai fratelli e al figlio maggiore. In quel periodo il grosso dell’armata imperiale era schierato sul fronte orientale, e il poter contare su alcune guide esperte e con notevoli doti alpinistiche era fondamentale per un esercito che doveva stare sulla difensiva a causa del minor numero di soldati rispetto all’attaccante italiano.
Sepp Divenne così il nucleo della cosiddetta “Pattuglia volante”, una squadra di alpinisti che, salendo per vie difficili ed esposte al fuoco nemico aveva principalmente compiti di ricognizione sugli spostamenti dell’esercito italiano.

Il 4 luglio del 1915 la sua pattuglia fu inviata sul monte Paterno, nel disperato tentativo di scacciare gli italiani che in quei giorni ne avevano conquistato la cima, in una missione che si sarebbe rivelata suicida. La squadra attaccò la parete nord ovest all’una di notte, nel silenzio delle vette, armata di fucili e granate e senza la possibilità di utilizzare corde fisse. D’altronde Innerkofler aveva aperto quella via nel 1896 e conosceva a memoria ogni roccia. Il ghiaccio, le rocce smosse nella scalata e il contemporaneo attacco alla vicina Forcella del Camoscio misero in allarme gli italiani che iniziarono a scaricare colpi di fucile verso gli attaccanti. Innerkofler continuò da solo, lontano dal gruppo, senza corde, sotto il fuoco nemico, nel tentativo di raggiungere il più presto possibile la cima. A dieci metri dalle postazioni italiane morì in circostanze mai chiarite. La versione ufficiale è quella per la quale dall’alto della cima l’alpino Piero de Luca gli scagliò in testa un masso che lo colpì in pieno. Altre versioni parlano di un colpo sparato dalle postazioni italiane delle Tre Cime; il figlio sostenne in seguito che il padre fu abbattuto dal fuoco amico austriaco. Il suo corpo, incastratosi in una cengia, fu recuperato dagli italiani ed esumato sulla cima del monte Paterno.

La sua morte, tuttora avvolta dal mistero, mi porta ancora una volta alla mente l’insensatezza e la spietatezza della guerra dove dall’oggi al domani tutto quello che si è costruito in tanti anni può essere annichilito da forze ed eventi che sfuggono alla propria sfera decisionale. Tutto ciò mi fa anche riflettere sul fatto che nella Prima Guerra mondiale l’attaccante fu l’Italia e che, complici anche teorie deliranti sulla – presunta – italianità di alcuni territori (vedi Ettore Tolomei) centinaia di migliaia di contadini, montanari, operai, borghesi, furono mandati a farsi macellare insieme ai loro dirimpettai austriaci in nome di una risibile quanto perniciosa volontà di potenza imperialista che purtroppo nei vent’anni successivi è ulteriormente peggiorata, almeno in Italia. Innerkofler, come molte altre guide alpine austriache stava solo difendendo la sua terra, il suo status quo, insomma quello che si era costruito in tutta una vita. Ma prima ancora era un alpinista, uno dei più grandi del suo tempo, uno dei tanti che persero la vita durante il conflitto.
Lo so, la Prima Guerra Mondiale è anche l’unica esperienza bellica dalla quale siamo usciti vittoriosi, o almeno non sconfitti, però è più forte di me, non riesco a distinguere la pena che mi hanno sempre fatto tutti i soldati morti nel fango delle trincee o nel ghiaccio delle vette dal disprezzo per personaggi quali Cadorna.

La guerra sconvolse in quegli anni uno dei luoghi più belli della Terra, le Dolomiti. Un luogo dove lo spirito e il corpo ritrovano la pace, dove la piccolezza umana svanisce nella maestosità del paesaggio. Su quei monti, per due anni e mezzo, il placido silenzio delle vette fu squarciato dall’assalto di due eserciti in lotta, che, parafrasando le parole dello scrittore inglese H.G. Wells a riguardo, “presero d’assalto il cielo”.

 

BIBLIOGRAFIA

National Geographic Italia, numero di marzo 2014
Alpinisti in guerra di Alessandro Pastore (www.cafyd.com)
Lassù con l’ippopotamo, il cannone delle nevi – Archivio Storico Corriere.it
Sulle vette della patria - Stefano Morosini ed. Franco Angeli
Alpinismo e storia d’Italia - Alessandro Pastore  ed. Il Mulino
Teatri di guerra sulle Dolomiti – Mauro Vianelli, Giovanni Cenacchi  ed. Oscar Storia Mondadori

 

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Non possiedo le conoscenze sportive a 360° dei miei “compagni di merende” ma mi difendo bene nel tiro alla fune e nel gioco del fazzoletto. Forse è per questo che mi hanno voluto nella creazione di questo blog, o forse, più semplicemente, quella sera erano ubriachi di birra artigianale. Ho scoperto alle ultime olimpiadi il beach volley femminile e ciò mi ha fatto riflettere, portandomi a considerare gli altri sport un contorno o poco più. Ho il Genoa nel sangue, solo che a volte ne ho troppo e finisce che mi sento male.

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