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Terzo Tempo

Domenica 20 Settembre 2015, Millennium Stadium, Cardiff, Coppa del Mondo di Rugby: davanti a 74 mila persone il Galles sconfigge 54 a 9, in un match senza storia, l’Uruguay. I giocatori sudamericani a fine partita si complimentano con gli avversari. Agli occhi degli uruguagi, i gallesi rappresentano una leggenda della palla ovale e gli abbracci lasciano spazio a parole cariche di complimenti e di auguri per il prosieguo del torneo. La squadra di casa decide allora di invitare nello spogliatoio i ragazzi della Celeste per guardare insieme in tv Nuova Zelanda-Argentina. Partita e birra nello spogliatoio tutti assieme, vincitori e vinti. Più o meno la stessa cosa accade dopo Nuova Zelanda-Namibia, giovedì 24 settembre: i giocatori della Welwitschias (nome che deriva dalla pianta di Welwitschia Mirabilis diffusa in Namibia che in afrikaans viene chiamata tweeblaarkanniedood, che significa “due foglie non possono morire” – NDA) sono onorati di poter giocare contro i famigerati All Blacks. Perdono 58 a 14, ma vengono invitati nel post partita a bere dalla squadra neozelandese.

Questo è quello che si definisce in linguaggio rugbistico e non solo “Terzo Tempo”, un mix di goliardia, amicizia e festeggiamenti che va ben oltre il mero risultato sportivo. Ma che cosa significa davvero Terzo TempoAntonio Raimondi, ex pilone sinistro del CUS Milano e oggi commentatore per DMAX del 6 Nazioni e giornalista, ce lo ha spiegato, avendolo vissuto da spettatore e da giocatore: «la peculiarità del terzo tempo – racconta – è legata al fatto che nasce nel mondo anglosassone prima dell’avvento del professionismo. Per i giocatori era normale ritrovarsi tutti insieme dopo le partite nella Club House della squadra di casa per mangiare e bere tutti insieme. Proprio questa condizione di “amatorismo” rendeva esclusivo e unico il terzo tempo. Oggi, ad esempio, durante la Coppa del Mondo di Rugby (salvo i casi prima citati – NDA), nessuna squadra si ritrova per il Terzo Tempo poiché gli impegni sono troppo ravvicinati durante la manifestazione. Rimane invece la consuetudine in tornei come il Sei Nazioni, ma sono momenti molto diversi rispetto al passato, proprio perché il giocatore di oggi è un professionista. Il passaggio da “amatorismo” a professionismo ha cambiato non poco le cose».

Questo aspetto è il focus centrale per capire i cambiamenti avvenuti in questo momento post-partita: «certo, rispetto a qualche anno fa i momenti sono più soft e formali proprio perché i giocatori sono professionisti anche se – prosegue Raimondi – c’è un detto che così recita: quello che succede durante il Terzo Tempo, rimane nel Terzo Tempo. Ed è ancora valido. Io stesso non posso narrare le cose successe nei terzi tempi ai quali ho partecipato, perché rischierei di raccontare cose molto interessanti ma anche molto triviali: immagina 30 o 40 ragazzi che si divertono, mangiando e bevendo birra a fiumi condividendo con compagni e avversari un momento di aggregazione e socialità?».

Antonio sorride e prosegue affermando che «il rugby è uno sport ricco di valori, non solo in campo, ma anche sugli spalti. Il popolo del rugby deve essere il guardiano di questi valori e non si deve abbassare al semplice risultato sportivo, ma custodire e diffondere l’idea di vincere o perdere insieme, di lottare fino alla fine, di accettare le decisioni arbitrali senza contestazioni. E tutto questo avviene anche prima e dopo la partita e questo è un grande messaggio sportivo. Provate ad andare a vedere una partita del Sei Nazioni: tutti i tifosi si incontrano, fanno festa insieme, cantano e si scambiano le sciarpe proprio perché c’è questa idea di unione non molto comune in altri sport».

Basta pensare al momento più alto raggiunto dalla Nazionale Italiana, nel 2007 durante il Sei Nazioni: quarto posto finale e ultima partita persa contro l’Irlanda nel giorno di San Patrizio in una Roma invasa da 17000 maglie verdi pronte alla festa. Festa che ci sarà solo in parte, perché grazie ad una meta italiana allo scadere, il torneo va alla Francia per differenza punti sull’Irlanda. A fine gara i tifosi irlandesi si uniscono a quelli italiani in una bevuta generale in Piazza del Popolo. Si fa festa tutti insieme perché il rugby è amicizia, goliardia e passione, nonostante l’Italia avesse perso la partita e l’Irlanda il torneo. Perché il terzo tempo è un luogo dove possono nascere amicizie, un luogo dove la goliardia la fa da padrona e la passione per la palla ovale supera ogni sconfitta, come racconta Antonio congedandosi: «ogni volta che torno al Giuriati (lo stadio del CUS Milano – NDA) è davvero come tornare a casa».

Per quanto riguarda un’aspetto meramente goliardico e brassicolo la componente cori/birra è sicuramente stata nel corso degli anni un aspetto fondamentale del post partita. A metà degli anni ’80 “the Scottish brewer McEwans would put a barrel of their products in the Scottish changing room” e tutte le squadre giovanili, ancora oggi, organizzano dopo le partite pranzi o cene con gli avversari. Se nella vittoria l’alcool stimola maggiormente il canto e la festa, nella sconfitta rappresenta comunque un momento d’unione e reciproco conforto. Rovigo ad esempio, squadra di grandissima tradizione, annovera una canzone, “Squadron dei fior”, che viene intonata solo in occasione delle sconfitte. Se si vuol considerare il canto come elemento teso a creare e mantenere un profondo senso d’identità in seno al gruppo questo aspetto è determinante, poiché la delusione, tramite il canto viene incanalata in coesione di squadra. La sconfitta per quanto dolorosa non è fuga dall’incontro sociale, ma “moins porteuse de celebration que la victoire”, affermazione che implicitamente riafferma la presenza delle espressioni collettive anche quando si perde.

Insomma la valenza del Terzo Tempo va ben oltre ad una stretta di mano a fine partita: è un qualcosa che hai dentro, un qualcosa che cementifica la squadra e la rende coesa e leale nei confronti dell’avversario e dei compagni stessi.


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: Tania Costa

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Francesco Salvi
Da 35 anni appassionato di gesta sportive a 360°, fin da bambino ho praticato diversi sport, ma con scarsi risultati: calcio a livello agonistico, tennis, sci e l’odiatissimo nuoto. Il mio sangue è al 50% genovese, al 10% marchigiano e al 40% sampdoriano. Ho un debole per il divano di casa mia dal quale seguo indifferentemente qualsiasi competizione sportiva venga trasmessa in tv. Anche perché dal divano: “questo lo facevo anch’ io”. Sportivamente vorrei possedere: l’eleganza di Federer, la follia geniale di Maradona, il fisico di Parisse, la potenza di Tomba, l’agilità di Pantani, il romanticismo di Baggio e la classe di Mancini. Ma è impossibile, quindi rimango seduto.
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