Jim Thorpe, storia della salma del più grande atleta del mondo

Il suo nome era Wa-Tho-Huk, “sentiero lucente”, nome legato al sole che, al momento della sua nascita, illuminava la strada che portava alla sua capanna, il 28 maggio 1887 in una riserva indiana vicino a Bellemont in Oklahoma. Ma poteva anche essere il 1888 e forse si era a Prague, di questo non siamo sicuri. Al secolo è passato alla storia come James Francis Thorpe, o più comunemente Jim Thorpe, anche se il suo certificato di battesimo dichiarava Jacobus Franciscus Thorpe. E ai più non dirà niente questo nome, ma fu tra i pochi sportivi  a cui è stato detto almeno una volta nella vita “Signore, Lei è il più grande atleta del mondo”. A Jim capitò per bocca di Gustavo V di Svezia durante la premiazione alle olimpiadi del 1912. Al giovane Thorpe riuscì di rompere l’imbarazzo solo con un timido “Grazie, Re”.

E ci sarebbe da raccontare per giorni della vita di questo campione: delle prodezze nel football e nel baseball, dei successi alle olimpiadi, e poi della caduta, del tirare a campare. E invece noi parleremo della sua morte, o meglio: della salma del più grande atleta del mondo.

La gioventù l’aveva portato a vincere, nel 1912, due ori olimpici nel Pentathlon e nel Decathlon. Il Comitato Olimpico aveva, neanche un anno dopo, revocato quei titoli (restituendoglieli soltanto nel 1983) per l’attività semi-professionistica di Jim nel baseball. Una doccia fredda che però gli aveva aperto le porte della Major League di Baseball e dei New York Giants. Anni di successi brillanti, nel baseball e nel football (le due discipline venivano giocate in periodi distinti dell’anno), un’ascesa che durò per tutti gli anni Venti. Poi la Grande Depressione del 1929, i due matrimoni falliti, la disoccupazione, i mestieri più disparati: la comparsa nei film western, il muratore, il buttafuori, il marinaio. Fino a quando, nel 1953, mentre cenava con la terza moglie nella roulotte in cui viveva, un infarto miocardico lo portò via.

A questo punto, con un infarto miocardico a Lomita in California, inizia la nostra storia, conclusa qualche giorno fa da una sentenza della corte d’appello federale. E la domanda è: come mai Jacobus Franciscus Thorpe, nato in Oklahoma e morto in California, giace sepolto nella cittadina di Jim Thorpe in Pennsylvania?

Morto Jim, il fratello Frank si fece carico di esaudire il suo desiderio di essere sepolto a Shawnee, in Oklahoma.  Era tutto pronto per il rituale di sepoltura indiano nel cimitero della riserva di Sac e Fox.  Ma la signora Thorpe, Patricia, la terza moglie, si presentò con la Polizia reclamando il corpo del defunto. Non avendo infatti ottenuto dal governatore dell’Oklahoma il permesso di costruire un monumento in onore del marito, venne a sapere da una notizia in televisione di una sottoscrizione denominata “un nichelino alla settimana” che riguardava la cittadina di Mauch Chunk, che stava cercando un modo per riportare turismo, affari e prosperità nella zona. Patricia e Mauch Chunk arrivarono ad un accordo: la città comprò le spoglie del marito, cambiò il nome in Jim Thorpe ed eresse un monumento in sua memoria.

Tuttavia, da quando il corpo di Jim è stato strappato alla cerimonia di sepoltura indiana, i figli della prima e della seconda moglie lottano per riportare il corpo in Oklahoma, lamentando la vendita del padre come attrazione turistica. Un dibattito che, dopo la restituzione delle medaglie olimpiche nel 1983, da privato si è tramutato in pubblico.

Un ultimo capitolo si è aperto con l’appello dei figli al NAGPRA, il Native American Graves Protection and Repatriation Act, legge del 1990 che invita le istituzioni (come i musei) che ricevono finanziamenti federali a restituire ai discendenti diretti i “beni culturali” (tra cui resti umani) degli indiani d’America. Un ultimo barlume di speranza spento il 23 ottobre scorso dalla sentenza definitiva: le spoglie di Wa-Tho-Huk rimarranno in Pennsylvania, in quella che è considerata la sua tomba e non un “museo”.

É assurdo dissotterrare Thorpe e ignorare i desideri della terza moglie per far rispettare una legge federale che ha lo scopo di fermare il saccheggio delle necropoli- ha motivato il giudice Theodore McKee.

Una sentenza probabilmente condivisibile a così tanti anni dall’inumazione, ma che certamente mette in primo piano la figura del campione a discapito di una cultura, quella nativa americana, ormai quasi scomparsa e a cui forse una stella dello sport da sfoggiare avrebbe fatto comodo.

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Simone Tallone
“Come tutti i bambini, avrei voluto essere un calciatore. Giocavo benissimo, ero un fenomeno, ma soltanto di notte, mentre dormivo: durante il giorno ero il peggior scarpone che sia comparso nei campetti del mio paese. Sono passati gli anni, e col tempo ho finito per assumere la mia identità: non sono altro che un mendicante di buon calcio. Vado per il mondo col cappello in mano, e negli stadi supplico: «Una bella giocata, per l’amor di Dio».” – Ahimè, fossero parole mie! Eduardo Galeano parla per me!
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