Giocare a calcio in Palestina

Il primo missile ha colpito la diga del piccolo porto di Gaza City poco dopo le quattro pomeridiane. Appena diradato il fumo dell’esplosione, si sono visti un gruppo di ragazzini correre lungo la banchina. Raggiunta la spiaggia hanno provato a raggiungere l’hotel Al-Deira, base di molti giornalisti operativi a Gaza in questi giorni. Qui li ha raggiunti un secondo proiettile. Nel giro di 40 secondi 4 ragazzini erano morti, due si chiamavano Mohammed, uno Zakaria, il più giovane Ahed: avevano età compresa tra i 9 e gli 11 anni. Questa è la cronaca delle ultime ore di vita quotidiana nella striscia di Gaza, il pomeriggio del 16 luglio 2014. L’attacco è stato sferrato da due navi israeliane. Quei ragazzini stavano giocando a nascondino, poco prima correvano attorno ad un pallone.

Israele dal 1967, in seguito alla cosiddetta guerra dei sei giorni, controlla la Cisgiordania e Gerusalemme est; mentre la striscia di Gaza è sotto blocco navale, terrestre e aereo. L’indipendenza dello Stato palestinese fu proclamata nel 1988 dall’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, in seguito fu sancita dall’ONU nel novembre 2012, consentendone l’ingresso in qualità di osservatore. Nonostante il riconoscimento di indipendenza da parte della maggioranza delle nazioni del mondo, lo Stato di Palestina rimane privo di una tipica organizzazione statale, senza un esercito regolare e, appunto, parzialmente occupato.

In questa situazione, il calcio si prodiga nel tentativo di dare a questa popolazione una parvenza di normalità e di unità: una nazionale di calcio col nome di Palestina è stata riconosciuta dalla FIFA già nel 1998, dopo la creazione, nel 1994, dell’Autorità Nazionale Palestinese. Ha già partecipato alle qualificazioni per il mondiale di calcio e nel maggio scorso, battendo la nazionale filippina per 1 a 0 nel AFC Challenge Cup, ha raggiunto una storica qualificazione alla prossima edizione della Coppa delle nazioni asiatiche. A Gaza City sono esplosi fuochi d’artificio al gol decisivo di Ashraf Al fawaghra.

Pochi giorni prima, invece, in occasione della visita in Israele e Cisgiordania del presidente FIFA Sepp Blatter, il presidente della Federazione Calcistica della Palestina Jibril Rajoub aveva preannunciato la volontà di chiedere la sospensione, o l’espulsione, di Israele dalla FIFA durante il congresso previsto a San Paolo in occasione dei campionati mondiali. Già lo scorso anno la federazione palestinese aveva chiesto misure contro le violazioni israeliane ai diritti dei propri atleti: restrizioni della libertà di movimento e di costruire impianti, la requisizione di materiale in dogana, l’arresto e l’uccisione di calciatori palestinesi. Rajoub rinnovava le proprie ragioni nei confronti dei “prepotenti” vicini denunciando inoltre Israele di non attenersi all’art. 3 dello statuto FIFA che vieta “la discriminazione di qualsiasi tipo nei confronti di un paese, un soggetto o un gruppo di persone per motivi di appartenenza etnica, sesso, lingua, religione, appartenenza politica”.

Ma alla fine l’11 giugno, data del congresso, la richiesta ufficiale di provvedimenti non è arrivata perché, spiega Ibrahim Abu Salim, vicepresidente della federazione palestinese, la risoluzione di espulsione avrebbe avuto bisogno di una maggioranza forte del 75% dei votanti e il sostegno alla delegazione palestinese non sarebbe arrivato a tanto. La FIFA ha invece optato per una commissione neutrale (nonostante il fallimento della task-force creata lo scorso anno) per monitorare le violazioni israeliane e che dovrà presentare un rapporto in un nuovo incontro il prossimo dicembre in Marocco. Nessuna punizione, quindi, per Israele nonostante, proprio in occasione del congresso FIFA, avesse negato (arbitrariamente, secondo i palestinesi) al vice segretario generale della federazione palestinese Mohammad Ammassi di lasciare Gaza per raggiungere la propria delegazione a San Paolo.

Importante è invece segnalare il dossier redatto dalla Federazione palestinese che denuncia i diversi modi in cui Israele si pone da ostacolo all’attività calcistica (e sportiva in generale) in Palestina. Il documento parla di atleti morti sotto i bombardamenti, di calciatori arrestati e tenuti in stato di detenzione senza un processo, di restrizioni negli spostamenti (tra l’estero e i territori palestinesi, tra Gaza e la Cisgiordania), dei tempi lunghi per il rilascio dei permessi; denuncia la distruzione di infrastrutture, l’impossibilità di organizzare incontri amichevoli. Il dossier fornisce decine di storie, immagini (volti, edifici distrutti), e si conclude con un capitolo dedicato agli eventi seguiti alla creazione della task-force FIFA, tra cui il ferimento, il 31 gennaio scorso, di due giovani calciatori palestinesi, Jawhar Nasser e Adam Abd al-Raouf Halabiya, colpiti alle gambe da diversi proiettili esplosi, ad un check-point, da un gruppo di soldati israeliani e in seguito arrestati.

Ma questi non sono gli ultimi casi e da registrare c’è anche l’uccisione, nel marzo scorso, di Saji Darwish, studente e calciatore, colpito da un cecchino israeliano in un checkpoint vicino a Ramallah.

Tutto questo, prima dei raid di questi ultimi dieci giorni, che aggiorneranno le liste del sangue e delle lacrime versate, aumenteranno le pagine di nuovi dossier.
Il calcio – recita il dossier palestinese nella prima pagina – porta ad avvicinare le persone, promuovendo un’etica che, costruendo ponti di amicizia tra le nazioni, si fonda sui valori della pace e della leale competizione“.

Dovere nostro, come blog sportivo, portare avanti, decisi, quest’idea di sport.
Difficile però, alla luce dei fatti, mantenersi ottimisti.

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Fonti:

  1. http://soccer.fusion.net/2014/06/10/political-football-2/
  2. http://www.insidethegames.biz/sports/summer/football/1020617-palestine-official-denied-permit-by-israel-to-travel-to-fifa-congress-claims-fa
  3. http://reporterbrasil.org.br/wp-content/uploads/2014/06/20140313-Israeli.transgression_ENG.pdf
  4. http://reporterbrasil.org.br/2014/06/no-brasil-palestinos-pedirao-suspensao-de-israel-da-fifa/

 

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Simone Tallone
“Come tutti i bambini, avrei voluto essere un calciatore. Giocavo benissimo, ero un fenomeno, ma soltanto di notte, mentre dormivo: durante il giorno ero il peggior scarpone che sia comparso nei campetti del mio paese. Sono passati gli anni, e col tempo ho finito per assumere la mia identità: non sono altro che un mendicante di buon calcio. Vado per il mondo col cappello in mano, e negli stadi supplico: «Una bella giocata, per l’amor di Dio».” – Ahimè, fossero parole mie! Eduardo Galeano parla per me!

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