Il calcio italiano e la perestrojka – Parte II: dietro le trattative, affari italiani

Prosegue l’inchiesta su “Il calcio italiano e la perestrojka”. Quattro puntate che raccontano un cambiamento epocale, lo sgretolamento del muro tra est e ovest e l’arrivo dei campioni del mondo sovietico nello sport occidentale. Il calcio italiano è in prima linea e non mancano le zone grigie. Dopo la prima puntata sugli Europei dell’88, il caso Zavarov.
Leggi la prima puntata: Il cielo diviso.
Leggi la terza puntata: Dici Dinamo e spuntano scarpe da ginnastica
Leggi la quarta puntata
Le notti magiche e il sovietico che sa di tricolore 

Finito l’Europeo ’88, fioccano le trattative. Il primo calciatore dell’estate a passare oltre cortina è il libero Chidijatullin, destinazione Tolosa. Mentre nel mirino delle squadre italiane ci sono Oleksandr Zavarov e Ihor Bjelanov, un po’ più in sordina emerge il nome di Protassov. Sul primo, piccolo centrocampista d’attacco cresciuto nello Zaira di Vorošilovgrad (odierna Luhans’k) e voluto da Lobanovskij a Kiev, si getta la Juventus; sul potente attaccante di Odessa laureato in educazione fisica si parla di un possibile acquisto dell’Atalanta tramite Genoa. Su Protassov si interessano Juventus e Sampdoria.

Le trattative durano mesi, molti sono gli ingranaggi da oliare. Si è aperto il fronte italiano e infuria battaglia in Unione Sovietica per essere interlocutori privilegiati del ricchissimo sport del belpaese, così come in Italia per avere l’esclusiva.

Fino all’aprile del 1989 è il Sovintersport che tratta i contratti dei singoli atleti per conto del ministero dello Sport e delle varie società, e a scegliere poi come interlocutore privilegiato la Dorna Management and service Ltd. E’ quest’agenzia che apre all’Italia le trattative con il mondo dello sport sovietico della perestrojka e che  intermedia l’acquisto di Zavarov. La Dorna è di “«ispirazione» italiana ma ha sede a Vaduz (nome che spunterà spesso nelle trattative sportive) in Liechtenstein, paradiso fiscale e luogo ideale per mediare tra Est e Ovest” (La Stampa. 26/01/1989) e che incarna il nuovo spirito di apertura al mondo comunista: dar nuovi canali all’industria e al commercio italiano attraverso investimenti nello sport (il 20 luglio 1988 La Stampa parla di una fabbrica di scarpe aperta in URSS da Paolo Mantovani, a quel tempo presidente della Sampdoria “inerente a Protassov, e all’uopo, o per scelta manageriale”). E la Dorna si darà da fare nell’intessere relazioni tra URSS e Italia, andando oltre il calcio e allestendo per l’Alfa Lum di San Marino, una squadra di ciclisti sovietici neoprofessionisti da proporre al Giro d’Italia e la “Formula International program”, la prima scuderia automobilistica italo-sovietica (vetture italiane, piloti sovietici) per il campionato italiano di Formula 3.

Ma non solo agenzie si mettono sulla scia del business sovietico, anche due ex arbitri, Bergamo e Ballerini, smettono la casacca nera per vestire i panni del procuratore. E il piatto è ricco se i due sono protagonisti di una vicenda particolare: noleggiano per 50 milioni di lire un apparecchio della compagnia di bandiera sovietica Aeroflot per portare in Italia al torneo livornese di Ferragosto, dedicato a Picchi, la Dinamo Kiev, in dubbio se intraprendere o meno la prima mini-tournee italiana. Allestire una vetrina di campioni, quindi, oltre al colpo messo a segno per aver venduto per 150 milioni l’esclusiva tv e pubblicità a Berlusconi, prontissimo ad anticipare i tentennamenti della Rai.

La Juventus pare aver capito da subito l’antifona (l’impresa di portare via dall’Est un atleta dilettante per trasformarlo in professionista gli era già riuscita nell’82 con Boniek), si muove in silenzio, non rischia dichiarazioni (lo stesso Zavarov, avvistato a Forte de Marmi, nega un incontro con Boniperti dichiarando: “Ero andato a vedere una pelliccia”, mentre Bergamo smentisce le trattative dicendo di aver accompagnato il calciatore da un medico!) e fa leva sul potente apparato relazioni esteri della Fiat e sulla dichiarata volontà del sovietico. Conclusione: la Juventus si aggiudica per tre anni le prestazioni del regista sovietico per 4 milioni di dollari.

Meno abili si mostrano invece Atalanta e Genoa nell’affare Bjelanov. Nel luglio i presidenti di Genoa e Atalanta, Spinelli e Bortolotti, si erano incontrati a Vaduz con Antonio Corbi, amministratore delegato della Dorna. Il Genoa avrebbe acquistato il giocatore sovietico ma, non potendolo schierare in serie B, l’avrebbe girato in prestito ai bergamaschi in cambio di Incocciati. E tutto sembrava fatto quando l’affare sfuma: l’accordo con il giocatore e col Ministero dello Sport sovietico non basta più, la Dinamo Kiev si sente scavalcata, dice di non potersi privare contemporaneamente di Bjelanov e di Zavarov, se ne può parlare per novembre, per settembre il prezzo sale. Spinelli molla la presa, dichiarerà: “Abbiamo sbagliato a non andare in Russia. La Juve ha imboccato l’autostrada, noi la provinciale“.
Alla fine dell’estate solo la Juve viene premiata di un campione sovietico che però, nella stagione successiva, avrà un rendimento altalenante regalando alla Juve solo il quarto posto. Del resto Bearzot in tempi non sospetti mise in guardia i bianconeri: “Zavarov è un campione – disse -, ma alla Juve forse serviva Alemão”.

 

continua

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Simone Tallone
“Come tutti i bambini, avrei voluto essere un calciatore. Giocavo benissimo, ero un fenomeno, ma soltanto di notte, mentre dormivo: durante il giorno ero il peggior scarpone che sia comparso nei campetti del mio paese. Sono passati gli anni, e col tempo ho finito per assumere la mia identità: non sono altro che un mendicante di buon calcio. Vado per il mondo col cappello in mano, e negli stadi supplico: «Una bella giocata, per l’amor di Dio».” – Ahimè, fossero parole mie! Eduardo Galeano parla per me!
Simone Tallone

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