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C’era una volta – l’irripetibile favola del Nottingham Forest

E’ vero. Lo ammetto. Ho una naturale predisposizione alla mitizzazione del passato. Che si tratti di avvenimenti storici, politici o sportivi, tutto ciò che affiora da un mondo che non esiste più assume per me un ruolo centrale, fondamentale, a volte trasfigurato dall’immaginazione e dall’interpretazione che mi porta a trovarne significati chiave per capire il presente; quest’ultimo divenuto a mio parere piatto e insipido sotto molteplici aspetti. Sarà per questo che amo la Storia e penso con nostalgia a come certi ambiti del passato fossero migliori del mondo odierno. Il calcio non fa eccezione, anzi, se devo essere sincero trovo che gli interessi economici che da un lato gli hanno permesso di crescere in termini di fatturato e visibilità, dall’altro lo abbiano allontanato dai tifosi e dagli appassionati in genere, rendendolo per molti aspetti un prodotto standardizzato, riproducibile all’infinito e completamente asettico sotto molti punti di vista. E’ come se avessero preso il prodotto calcio e successivamente lo avessero inserito in una catena di montaggio dove l’utente (tifoso), spettatore passivo e anch’esso ingranaggio del sistema, crede erroneamente di poter scegliere ma in realtà ciò che gli viene proposto è deciso a tavolino da altri (le televisioni, gli sponsor, ecc.).

Non fa eccezione la Champions League, quella che fino a circa vent’anni fa si chiamava Coppa dei Campioni, una competizione che fin dagli anni cinquanta aveva visto gareggiare le squadre vincitrici dei vari campionati europei e non le prime tre o quattro come l’attuale versione. Era una competizione con un numero inferiore di partite giocate, un prodotto forse meno vendibile da un punto vista televisivo ma che certamente è riuscito a scrivere pagine di sport molto più belle e poetiche dell’odierna Champions League. Per non parlare degli effetti disastrosi da un punto di vista di blasone, interesse e introiti economici stessi che ha avuto la riforma delle competizioni da parte dell’Uefa con l’eliminazione della gloriosa Coppa delle Coppe e della mitica Coppa Uefa in favore di una competizione come l’ Europa League, talmente povera rispetto alla sua sorella ricca da costringere i vertici del calcio continentale a proporre continue modifiche per renderla più appetibile. Insomma, voglio essere sincero: rimpiango i tempi in cui una squadra come la Sampdoria (e lo dico da genoano) aveva la possibilità di arrivare in fondo alla massima competizione continentale, i tempi in cui una Steaua Bucarest o una Stella Rossa di Belgrado sollevavano una coppa dalle grandi orecchie senza avere in rosa giocatori che guadagnassero mille volte lo stipendio di un comune mortale. Diciamoci la verità, gli stipendi nel calcio sono sempre stati esorbitanti se paragonati a quelli delle persone normali, ma negli ultimi anni abbiamo, a mio modo di vedere, assistito al superamento di qualsiasi limite etico.

Scorro i nomi di alcune squadre europee giunte in finale negli anni settanta-ottanta e leggo Malmoe, Club Bruges, Saint-Etienne, Leeds, Aston Villa e una terribile nostalgia mi assale. Per un calcio che non c’è più, ma prima ancora per un mondo che non c’è più. Negli ultimi anni il fatturato dei diritti televisivi, del merchandising, il destato interesse dei mercati orientali al “prodotto” calcio oltre ai petroldollari degli sceicchi hanno fatto si che già a settembre il novero delle squadre che possono ambire al successo finale della Champions League sia molto ristretto, ma soprattutto sia sempre lo stesso in termini di nomi delle formazioni papabili.
Torno malinconicamente all’elenco delle squadre vincitrici e la mia attenzione è destata dal nome indicato vicino all’anno 1979: Nottingham Forest. Aspetta un attimo, il Nottingham Forest ha vinto anche l’edizione del 1980? Sento sempre parlare di Chelsea, Arsenal, Manchester, Liverpool ma questa squadra mi è nuova. La foresta di Nottingham mi riporta alla mente la foresta di Sherwood e Robin Hood, in qualche modo la associo a episodi medievali di riequilibrio della ricchezza ma non certo al football. Decido di leggere qualcosa sulla vicenda – tranquilli sto parlando del Nottingham Forest e non dell’epopea del famoso arciere – e improvvisamente resto affascinato dall’alea di favola che circonda il brevissimo periodo in cui quella formazione dominò l’Inghilterra e l’Europa. Victor Hugo scrisse: quel che la favola ha inventato, la storia qualche volta lo riproduce e in questo caso non potrebbe esistere definizione migliore. Ecco brevemente la favola del Nottingham Forest.

Siamo in Inghilterra, nella seconda metà degli anni settanta. Gli anni della swinging london e dei Beatles sono finiti da un pezzo, i capelli a caschetto e le minigonne hanno ceduto il posto a borchie e creste: a Londra nasce il movimento punk. La crisi petrolifera del 1973 sta avendo effetti devastanti in tutte le economie occidentali, e l’Inghilterra non fa eccezione, anzi risulta uno dei paesi più colpiti, tanto da trovarsi ad un passo dalla bancarotta. Il governo (laburista) è costretto a negoziare il credito presso il Fondo Monetario per evitare il tracollo economico, ma quest’ultimo impone, a condizione del prestito, severi controlli alla spesa pubblica. In poche parole tagli al cosiddetto welfare state. Chi ne fa maggiormente le spese? Come sempre la working class. Nottingham, città operaia, famosa per le industrie e per le miniere di carbone risente ovviamente della pesante situazione economico-politica creatasi, i posti di lavoro e i salari iniziano ad essere a rischio e inizia una violentissima fase di scioperi e tensioni col governo.
E il Nottingham Forest? i “Garibaldins“- dal colore della maglia rossa, scelta in onore dell’eroe dei due mondi – non navigano in buone acque, stazionando in Second division (l’equivalente dell’italica Serie B). Fondati nel 1865, sono da sempre una cosiddetta “provinciale”, lontanissimi dal blasone di squadre come Liverpool o Machester United. Nel gennaio del 1975 dopo l’ennesimo allenatore di turno esonerato a causa dei magri risultati raccolti, la squadra viene affidata a Brian Clough, tecnico che a sua volta è reduce da una tragi-comica avventura alla guida del memorabile Leeds dell’epoca, durata solo quarantaquattro giorni e immortalata nel libro di David Peace The damned United, da cui nel 2009 è stato tratto un bel film con Michael Sheen. Clough però è anche l’artefice dell’insperato scudetto del 1972 a opera del Derby County, insomma è uno che sa il fatto suo in fatto di valorizzazione di rose non proprio di primo livello. Nel 1976 viene affiancato dal suo inseparabile vice Peter Taylor, e i risultati non tardano ad arrivare: a fine campionato la squadra viene promossa in First Division (l’attuale Premier League). Il campionato successivo è una sceneggiatura che nemmeno il più ottimista e sognatore dei tifosi avrebbe potuto partorire: da neo-promosso il Forest vince il campionato inglese con sette punti sul grande Liverpool, fresco vincitore di due Coppe Campioni consecutive. Il merito va ascritto in gran parte al metodo di gioco adottato da Clough, decisamente innovativo per gli schemi del calcio inglese dell’epoca; Clough predilige un gioco palla a terra con sfruttamento delle ali, in una squadra fondata sul collettivo, senza prime donne o fuoriclasse. Insomma una squadra ad immagine della sua città, fondata sul sacrificio e lo spirito di gruppo. Potremmo fermarci qui e già avremmo dipinto una favola, la cenerentola del campionato che contro ogni pronostico ha la meglio su corazzate temute e rispettate e che in parte riscatta le sofferenze sociali di una città. Ma è destino che questa favola arrivi a sfociare nel mito: il meglio, fidatevi, deve ancora venire.

L’annata successiva 1978-1979 vede infatti il Forest impegnato su due fronti: difesa del titolo inglese e avventura in Coppa Campioni. Quest’ultima inizia con un sorteggio non certo favorevole: dall’urna i rossi di Nottingham pescano il Liverpool fresco campione d’Europa per la seconda volta di fila, quello dei vari Keegan, Souness, Dalglish per intenderci. Bella sfortuna per dei sedicesimi di finale a eliminazione diretta. Se penso che i gironi di Champions grazie anche alle regole varate da Platini, sono costruiti in modo tale che si possa già ipotizzare la prima e la seconda classificata a fine settembre, mi viene da sorridere e da rimpiangere la vecchia formula che vedeva la possibilità di eliminazione dalla competizione della detentrice e grande favorita già in avvio. Ma andiamo avanti. Contro ogni pronostico il Forest si aggiudica l’andata per 2 a 0 in casa con gol di Birtles (giovane attaccante acquistato nel 1977 per soli 2000 £ a dimostrazione di quanto Clough preferisse giocatori giovani ma determinati rispetto a fuoriclasse strapagati) e raddoppio della sicurezza di Barrett. Al ritorno le parate di Shilton (i meno giovani come me se lo ricorderanno come il quarantunenne portiere della nazionale inglese giunta quarta al mondiale di Italia 90) faranno il resto: 0 a 0 e passaggio del turno.

La marcia del Nottingham vedrà cadere sotto i suoi colpi – in questo caso meglio dire sotto le sue “frecce” – AEK Atene, Grasshopper e Colonia. Il Forest è in finale.
Siamo nella primavera del 1979 e nel Regno Unito le cose vanno sempre peggio: la disoccupazione, gli scioperi e il crollo del sistema sociale hanno fatto si che il 3 maggio il partito laburista non riesca a riconfermarsi alle elezioni politiche che vedono invece la vittoria del partito conservatore guidato da Margaret Thatcher. La situazione economico-lavorativa a Nottingham, come in tutte le città industriali del paese, è pesante e cupa. In campionato il Nottingham non è riuscito a ripetersi e ha dovuto inchinarsi alla superiorità del Liverpool. Il 30 maggio del 1979, a Monaco di Baviera il Forest disputa la sua prima finale di Coppa Campioni contro il Malmoe, e lo fa anche e soprattutto per la sua città, messa così a dura prova dalla crisi. La squadra “operaia” di una città operaia vince la sua prima coppa dalle grandi orecchie con gol dell’astro nascente del calcio inglese Trevor Francis (i tifosi della Sampdoria se lo ricorderanno molto bene, avendo contribuito con ben 9 gol alla conquista della Coppa Italia del 1984-1985). Per una notte la città di Nottingham si sentirà fiera e orgogliosa e per qualche ora dimenticherà la difficile situazione che sta vivendo.

Da tifoso di una squadra quasi sempre all’ombra dei grandi club posso ben immaginare cosa deve aver rappresentato per i tifosi del Nottingham un’impresa di tali proporzioni. Roba che vorresti fermare il tempo e riavvolgere perennemente il nastro al momento del fischio finale e alle lacrime copiose che ti bagnano il viso, mentre, ancora intontito dalla gioia e dall’incredulità, abbracci gli amici di sempre della gradinata che con te hanno condiviso, fino a quel momento, più delusioni che gioie. Per ciò che mi riguarda, una pura utopia calcistica, un’esperienza quasi sovrannaturale.

L’anno successivo il Forest accede nuovamente alla massima competizione in quanto detentore del titolo e riesce in una impresa titanica, ancora più grande, se possibile, della precedente: si riconferma campione d’Europa il 28 maggio 1980 sconfiggendo in finale a Madrid l’Amburgo di Felix Magath con gol di Robertson. Il Nottingham Forest entra prepotentemente nella leggenda con un primato ancora oggi insuperato: unica squadra ad aver vinto più Coppe dei Campioni (2) che campionati nazionali (1).

Grande parte del merito va sicuramente al mitico allenatore Brian Clough che da solo meriterebbe una monografia: sbruffone, antipatico, politicamente scorretto nelle esternazioni ma dannatamente bravo nel creare un collettivo vincente senza circondarsi di prime donne e da tutti considerato uno dei migliori allenatori di sempre a livello internazionale. A dispetto della sua fama di personaggio arrogante e scontroso, va detto che Clough è stato anche un convinto socialista, tanto da arrivare ad appoggiare apertamente i minatori nello sciopero del biennio 1984/1985, il momento di scontro più duro e violento che ha visto contrapposte le parti sociali e il governo di Margaret Thatcher.

Clough guiderà i garibaldins fino alla prima metà degli anni 90 quando il Forest retrocederà e sparirà quasi definitivamente dal calcio che conta. Morirà nel 2004 e la città di Nottingham gli dedicherà una statua nel centro della città e non in prossimità dello stadio, a memoria di quanto quest’uomo ha rappresentato per tutta la comunità.

Da tifoso non posso che provare una tremenda nostalgia per un calcio che non esiste più, un calcio dove oltre ai soldi contavano anche le idee e il collettivo, invidiando l’irripetibilità di una favola come quella del mitico Nottingham Forest del triennio 1978-1980 nella quale tutti i tifosi ebbero il diritto di sognare e al tempo stesso di rendere quel sogno pura realtà.

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Non possiedo le conoscenze sportive a 360° dei miei “compagni di merende” ma mi difendo bene nel tiro alla fune e nel gioco del fazzoletto. Forse è per questo che mi hanno voluto nella creazione di questo blog, o forse, più semplicemente, quella sera erano ubriachi di birra artigianale. Ho scoperto alle ultime olimpiadi il beach volley femminile e ciò mi ha fatto riflettere, portandomi a considerare gli altri sport un contorno o poco più. Ho il Genoa nel sangue, solo che a volte ne ho troppo e finisce che mi sento male.

3 commenti

  1. Luca
    Luca

    bravo Matte.. un pezzo da standing ovation!
    qualche tempo fa ho visto su RaiSport uno speciale dedicato alla scudetto del Verona del 1985.. nel suo piccolo una favola di un calcio che non esiste più.. che nostalgia se ci penso!

    • pagina2cento.it
      pagina2cento.it

      Grazie Luca! Sono assolutamente d’accordo con te. Il calcio moderno ha tolto ogni romanticità allo sport più bello. Erano belli i tempi in cui anche le “provinciali” potevano sognare

  2. marco

    Beh Clough,
    forse non amava le primedonne ma la sua squadra aveva fior di campioni :
    Woodcock ( passo’ subito al Real ), Gary Birtles ( gran centrattacco ) Robertson ( ala sx ) Viv Anderson ( nero
    difensore centrale ) e soprattutto 2 fuoriclasse assoluti – Trevor Francis ( per il suo acquisto i”Garibaldins” pagarono ai tempi la cifra + alta per un trasferimento in GB : 1 mil. £ ) e Peter Shilton il piú grande numero 1 ( assieme a Gordon Banks ) del calcio inglese.
    Una favola si : ancora + favola che ha fatto incontrare in una provinciale tanti otttimi giocatori e, si certo, assieme ad un super coach.
    Grande nostalgia : ero un ragazzo di 16-17 anni e Francis era il mio idolo.

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