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Boca es pueblo

È di qualche giorno fa la notizia di un accoltellamento a Buenos Aires, durante una riunione del Consejo Consultivo de la Comune 4. Un aggressione ai danni di due militanti di “Boca es pueblo”, gruppo nato in seno alla tifoseria della squadra del Boca Juniors, che si opponevano, denunciando la complicità dell’amministrazione locale, alla vendita al club di alcuni terreni originariamente destinati alla costruzione di case popolari.

La lotta del gruppo “Boca es pueblo” va avanti da tempo, da quando, nel 2008, si è iniziato a parlare anche per il club argentino di un nuovo stadio, soprannominato da questi tifosi stadio-shopping. Il fatto dei giorni scorsi va inserito in questo contesto. Perché il terreno in questione, quello cosiddetto della Casa Amarilla, è l’area dove il presidente del club Daniel Angelici intende far sorgere il nuovo stadio. L’idea è quella di “pensionare” la mitica Bombonera, trasformarla in museo, e affiancarle la nuova arena sportiva, ancora più capiente e in linea con l’idea del calcio come entertainment, uno spazio polivalente dove il gioco è solo una parte di un sistema di consumo.

La posizione di “Boca es pueblo” va contro la costruzione di un nuovo stadio. Sul piano urbanistico e sociale – dicono – non è di alcuna utilità. Inoltre sarebbe un passo ulteriore nell’esclusione della popolazione del barrio dallo stadio, dato che il cambio di campo inevitabilmente comporterà un ulteriore aumento del prezzo dei biglietti, com’è già successo a tutte quelle squadre che hanno optato per il cosiddetto “modello inglese”. Perché è in quella direzione che il club sta puntando.

Già ora i tifosi protestano alla dirigenza la volontà di allontanare il 12° uomo in campo: l’aumento del costo di abbonamenti e quote associative, i pacchetti turistici per vivere l’esperienza Boca (settori esclusi ai tifosi e riservati ai visitatori e che spesso lasciano settori vuoti nelle curve) e la diminuzione a 30.000 posti (dagli originari 50.000) della vecchia Bombonera, per andare incontro alle richieste della FIFA,  hanno già creato una selezione del pubblico, sempre meno popolare. E se il club fa forza sulla “domanda” dei tifosi rimasti fuori per perorare la causa della costruzione di un nuovo stadio ancora più grande, “Boca es pueblo” lamenta invece un processo di gentrificazione che impedisce ai sostenitori di seguire la propria squadra locale, separandola dalla sua gente.

Certo, nel calcio è un fenomeno poco visibile, che si tende a ignorare e a circoscrivere nell’ambito delle curve, meglio se viste come popolate di facinorosi che mettono in pericolo la nostra “sicurezza”, ma il fenomeno dell’esclusione, dell’evento “per soli membri” (meglio se clienti fidelizzati in possesso di una “carta d’identità del tifoso”), è in linea coi processi di consumo delle società contemporanee. Lo stadio e i suoi spazi vanno riprogettati con lo scopo di creare un luogo di vendita e chi vuol partecipare deve essere selezionato in base alla capacità di spesa.

In Inghilterra nelle tribune la working class ha ceduto il posto alla  middle class. Più di recente, negli ultimi Mondiali di calcio brasiliani, abbiamo avuto l’esempio del restyling del Maracanà, passato dai mitici 200.000 posti agli attuali 78.000, con le sue poltroncine e i prezzi triplicati che impediscono quella mescolanza sociale che caratterizzava i precedenti gradoni.

La moltiplicazione dei confini, anche nel calcio, suscita nuove lotte, nuove occasioni di rottura. E’ questa la lotta di classe oggi?

 

Per approfondire

“Argentina. Attacco ai collettivi per la terra”, Il Manifesto, 06 maggio 2016.

Palvarini, Pietro, Tosi, Simone. “Globalisation, Stadiums and the Consumerist City: The Case of the New Juventus Stadium in Turin.” EJSS. European Journal for Sport and Society 10.2 (2013)
Grozny, Ivan; Valeri, Mauro, Ladri di sport. Dalla competizione alla resistenza, Agenzia X, Milano 2014.
Negri, Antonio; Scelsi, Raf Valvola, Goodbye Mr Socialism, Feltrinelli, Milano 2006.

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Simone Tallone
“Come tutti i bambini, avrei voluto essere un calciatore. Giocavo benissimo, ero un fenomeno, ma soltanto di notte, mentre dormivo: durante il giorno ero il peggior scarpone che sia comparso nei campetti del mio paese. Sono passati gli anni, e col tempo ho finito per assumere la mia identità: non sono altro che un mendicante di buon calcio. Vado per il mondo col cappello in mano, e negli stadi supplico: «Una bella giocata, per l’amor di Dio».” – Ahimè, fossero parole mie! Eduardo Galeano parla per me!
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