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Matti per il calcio

“Ho imparato il diritto umano a essere incasinato e a non nasconderlo dentro”, spiegava un giorno un ragazzo, intervistato a bordo campo durante un torneo di calcio. Se i toni fossero stati esagitati avremmo potuto interpretare la cosa come un momento di frustrazione dopo un’espulsione. Così non era. E il torneo in questione era Matti per il calcio.
Matti nella sua duplice funzione, di metafora e no.

C’è una bella differenza tra una legge per la sicurezza e una legge che tenta di dare piena cittadinanza a soggetti fino a quel momento senza diritti. Tra le due, la rivoluzione avviata da Franco Basaglia, Carlo Manuali e Sergio Piro, che aveva messo in discussione la psichiatria che aveva inventato i manicomi e che in Italia, dal 1904 (legge n. 36/1904), era regolata dal ricovero coatto, basato sul concetto di pericolosità per sé e per gli altri e di pubblico scandalo.
La legge Basaglia apriva i cancelli: La follia esiste ed è presente come lo è la ragione.
I servizi per la salute mentale sarebbero stati erogati sul territorio. I matti avrebbero ripreso in mano la propria dignità e la propria vita, con la speranza di migliorare o persino di guarire.
In questa prospettiva l’attività sportiva poteva venire utile come sinonimo di libertà: esprime bisogni, alimenta desideri, riscopre sentimenti e relazioni.

L’applicazione della psichiatria allo sport non fu immediata, arrivò per gradi: dapprima si iniziò a studiare qualcosa per fare uscire i pazienti. Siamo negli anni ’80. La prima idea fu una macchinetta per il caffè, un buon escamotage per invitare i pazienti a mettere il naso fuori e creare una relazione tra le persone. Poi ci fu il periodo della pittura e della creta. Ma la pratica sportiva poteva essere un obiettivo: voleva dire coinvolgere i più giovani; voleva dire scegliere dei vestiti, prendere autobus, accettare una sconfitta. Magari, nel tragitto, fermarsi a vedere le vetrine. Tutte cose normali, insomma.

Il calcio fu un’idea da subito affascinante. Le prime iniziative erano sporadiche e i centri di salute mentale di Livorno furono l’avanguardia, seguiti a ruota da quelli di Roma, Torino e Orvieto. A volerle qualche psichiatra illuminato e appassionato di calcio.
Presto, grazie alla Uisp che garantì strutture e coordinamento, si passò dalla singola partita al primo campionato.
Matti per il calcio giunse nel 2006 e nell’ultima edizione del settembre scorso è riuscita a far arrivare sul campo di Montaldo di Castro, in provincia di Viterbo, 16 squadre di calcio a 7 formate da persone con disagio mentale, operatori e medici dei Centri e dei Dipartimenti di salute mentale di tutta Italia, per un totale di 40 partite disputate e circa 400 giocatori.

Lo sport diventa co-terapia e va di pari passo con le terapie classiche. Il metodo utilizzato è quello dello sportpertutti. Non una terapia, ma un’attività dagli effetti terapeutici, si punta ai sintomi. Lo sport incide sulla salute, sull’autostima, sulle relazioni familiari, permette la diminuzione dei farmaci, dà benefici fisici e psichici. I pazienti cominciano spontaneamente a curare di più l’igiene personale e l’abbigliamento e, in generale, fanno pian piano pace col proprio corpo: diminuiscono alcool e sigarette, si cerca un regime alimentare più sano. Senza parlare degli effetti sulle abilità mentali, di immaginazione, di gestione dell’energia mentale e dell’ansia, della capacità di concentrazione: tutte cose che possono essere allenate.

I pazienti in cura si allenano regolarmente, disputano partite, trovano una ragione di esistere in un mondo che spesso li emargina. Era importante che le persone coinvolte non si sentissero isolate e stigmatizzate per la loro malattia, ma, al contrario, potessero usufruire di opportunità per giocare, stare insieme agli altri, sviluppare capacità di relazione, ritrovare negli appuntamenti previsti una cadenza rassicurante.
Lo sportpertutti diventa quasi diritto di cittadinanza, una contaminazione culturale al confine fra sport e sistema sociale.

…e a Genova?

Matti per il calcio è un appuntamento annuale e nazionale, forse l’esperienza più stimolante per i partecipanti, unendo all’attività sportiva la gita fuori porta. Ma come avviene la pratica sportiva durante l’anno?
A portare sui campi da calcio la psichiatria è stata la collaborazione tra due entità: il Centro di salute mentale e l’associazione di promozione sportiva.
A Genova l’ultimo reparto dell’Ospedale psichiatrico di Quarto è stato chiuso nel 2000, ma già da qualche anno, dall’inizio degli anni Novanta, era attiva la polisportiva Insieme per Sport, che promuoveva l’integrazione e il coinvolgimento di tutte le persone che soffrono di problemi psichici puntando sull’aspetto riabilitativo dell’attività fisica. Praticava pallavolo, equitazione, nuoto e vela, ma il calcio poteva essere il veicolo giusto per il coinvolgimento dei ragazzi, un’attività divertente che facesse da legame non solo tra i Servizi di Salute Mentale ma anche tra associazioni di volontariato e le famiglie e che desse stimolo alle relazioni sociali e interpersonali, che agisse sull’individuo e sul gruppo.

Genova opera da anni nell’area della disabilità fisica e mentale, grazie ai progetti H-Sport, partito all’inizio degli anni Ottanta, e Nessuno Escluso.
Insieme per Sport partecipa ogni fine estate a Matti per il calcio. Nel resto dell’anno disputa il campionato regionale UISP “Giocando in allegria”. Ovviamente non è l’unica squadra genovese e ogni anno il derby cittadino coinvolge tre compagini, una per ogni Centro di salute mentale della città.

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Simone Tallone
“Come tutti i bambini, avrei voluto essere un calciatore. Giocavo benissimo, ero un fenomeno, ma soltanto di notte, mentre dormivo: durante il giorno ero il peggior scarpone che sia comparso nei campetti del mio paese. Sono passati gli anni, e col tempo ho finito per assumere la mia identità: non sono altro che un mendicante di buon calcio. Vado per il mondo col cappello in mano, e negli stadi supplico: «Una bella giocata, per l’amor di Dio».” – Ahimè, fossero parole mie! Eduardo Galeano parla per me!
Simone Tallone

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