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Ustica, l’isola del baseball

Per chi, come me, non c’è mai stato, il nome è sempre stato tra i più evocativi: Ustica. Il DC9, il Muro di gomma, i depistaggi, il jet libico, l’omertà: il nome di questa piccola isola, posta a una settantina di chilometri a nord-ovest di Palermo, era archiviato alla voce “Misteri italiani” in qualche angolo del mio cervello.

Poi qualche giorno fa m’imbatto in una storia, la sorprendente parabola del baseball. Un vero e proprio fenomeno sociale nell’isola: trent’anni di storia, dal 1971 al 2005, e sette squadre che militavano in campionati ufficiali. L’apice negli anni Novanta, con due squadre – l’Ustica Baseball Club e l’Ustica Softball Club – nelle rispettive massime serie e con la convocazione di Clelia Ailara alle Olimpiadi di Sidney 2000 con la Nazionale Italiana Softball. Come tutto questo possa essere successo in un’isola di poco più di 8 km quadrati e un migliaio di abitanti ha del sorprendente, come sorprendente immaginare che lo sport più americano che esista ricorresse più spesso nei discorsi del lunedì che quelli su un rigore sbagliato. Ma questa era Ustica, l’isola del baseball, come veniva chiamata: mazze palle e guantoni erano più diffusi, per le strade, dei palloni di cuoio e il mito di Joe Di Maggio, figlio di siciliani nati a Isola delle Femmine, era nella mente di tutti i ragazzini.

L’epopea nasce un’estate dei primi anni Settanta, quando Bruno Beneck, Presidente della Federazione Italiana Baseball Softball, in vacanza sull’isola (alcuni dicono incuriosito dal fatto che i ragazzi per i vicoli giocassero più ai quattro cantoni che a pallone), propose a Vito Ailari, albergatore e vicesindaco di Ustica, di metter su una squadra per scendere in campo alla prima occasione disponibile, che capitò essere un torneo alla sagra del mandorlo in fiore di Agrigento. Ailari si vide recapitare mazze, palle e guantoni, com’era all’epoca prassi del CONI per incrementare la pratica sportiva sul territorio. La neonata squadra di Ustica sbaragliò la concorrenza e fu l’iniziò della grande epopea del baseball. Le squadre di baseball e di softball aumentarono, tutte a calcare il diamante del campo di Piano Cardoni, arrivarono gli allenatori cubani; a garantire il bacino d’utenza, la succursale della scuola media “Pecoraro”.

La doccia fredda arrivò nel 2005. Ustica è il posto dove baseball e softball sono praticati ai più alti livelli in tutto il sud Italia. Ma essere così in alto, in campionati di A1 e A2, significava giocare sempre con squadre del nord. Un problema raggiungere l’isola: troppo costoso, troppo faticoso. Fu dopo la decisione del consiglio federale di spostare la squadra isolana in un girone diverso da quello in cui era iscritta l’altra compagine siciliana del Paternò che Ustica decise di ritirare la squadra, sbattendo la porta in faccia a quella che aveva i toni di un’esclusione.

La saga del batti e corri, denominazione nostrana di questo sport, a Ustica termina con questa data. Ma per chi, come il sottoscritto, volesse saperne di più, è in fase di realizzazione il documentario Ustica, gli anni del Diamante, dei fratelli Stefano e Mathia Coco per Riccio Blu Ideazioni. Un lavoro iniziato l’anno scorso con la raccolta di vecchie fotografie, cimeli, super8 e VHS e interviste e che ha lanciato un crowdfunding (a cui invito a parteciapare) per far fronte alle spese necessarie alla produzione e la distribuzione dell’intero documentario. Ad oggi possiamo solleticare la nostra curiosità con un trailer.

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Simone Tallone
“Come tutti i bambini, avrei voluto essere un calciatore. Giocavo benissimo, ero un fenomeno, ma soltanto di notte, mentre dormivo: durante il giorno ero il peggior scarpone che sia comparso nei campetti del mio paese. Sono passati gli anni, e col tempo ho finito per assumere la mia identità: non sono altro che un mendicante di buon calcio. Vado per il mondo col cappello in mano, e negli stadi supplico: «Una bella giocata, per l’amor di Dio».” – Ahimè, fossero parole mie! Eduardo Galeano parla per me!
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