Marchio di Fabbrica

Gabriele Manfredi in fuga verso la sua prima vittoria.

Dopo il pezzo su Francesco Bolla e le storie del “mio” sport giovanile, è il turno di Gabriele Manfredi: unico anche lui nel suo genere, ha saputo comprendere fatica e sofferenza trasformandole in tenacia e determinazione. Un altro esempio di qualcuno che ha messo la passione davanti a tutto ed ha saputo trarre dallo sport i giusti insegnamenti per la vita di tutti i giorni. Con risultati straordinari!

E’ un caldissimo pomeriggio di settembre, le colline torinesi sembrano passi dolomitici. Mi spruzzo un po’ di acqua in viso, bollente, e attacco: lungo la rampa finale chi ha le gambe mi batte di sicuro, devo anticiparli. All’arrivo di Sciolze mancano una trentina di chilometri, sono da solo ma poi arriva uno dell’Arma di Taggia, è Manfredi: questo va forte, arriviamo. Un cenno e mi accodo.


Agli occhi di un perfettino come me, che divideva i completi da corsa da quelli da allenamento, quel Gabriele sembrava quasi fuori luogo con la sua maglia (probabilmente l’unica) sempre sbiadita ed il sorriso stampato tutto il giorno, però ad un certo punto aveva cominciato ad andare forte, forte davvero, e piano piano me lo trovavo sempre fra i piedi. Poi sempre davanti.  Aveva cominciato a correre in bicicletta perché sua madre non amava il mondo del calcio e la società ciclistica di Arma di Taggia poteva essere l’ideale per crescere in un ambiente più familiare: complici i chili in eccesso, Gabriele non brillava in fatto di risultati, tuttavia si era conquistato la fiducia e l’apprezzamento di tutti grazie alle sue prestazioni in appoggio alla squadra. Terminando le corse ad ogni costo dopo aver aiutato i compagni, proteggendoli dal vento e passandogli le borracce si era guadagnato la “qualifica” di Gregorio il Gregario, soprannome buffo ma splendida espressione della leggerezza con cui in quel gruppo si viveva uno sport duro come il ciclismo.

Gabriele cresce sereno nell’ombra di Luca Barla, compagno di squadra assai talentuoso che avremmo rivisto più avanti al Giro d’Italia, poi a un certo punto esplode: lo convincono delle sue capacità e lui inizia a spingere sui pedali con una consapevolezza tutta nuova. Nel 2004, a sedici anni, entra nei primi dieci classificati nelle gare più importanti a cui partecipa, salendo sul podio del campionato regionale e riuscendo anche a collezionare una vittoria. Nel frattempo si vocifera che sia anche molto bravo a scuola, lui non conferma ma neppure nega. E’ bravo davvero.
Nel 2005 lo nota la Bareggese, squadra storica di Milano che in quegli anni seleziona alcuni dei migliori talenti dell’alto-milanese e delle regioni limitrofe: arriva la possibilità di partecipare alle competizioni internazionali, alle corse a tappe e vivere il ciclismo vero. La determinazione è sempre fortissima ma quell’anno qualcosa non gira come dovrebbe ed un infortunio compromette la prima parte di stagione con un mese di stop, bisogna attendere la fine degli studi per fare i bagagli, trasferirsi “al nord” con i compagni e concentrarsi sulle corse.

Gabriele all’attacco a Somma Lombardo, sarà quinto al suo rientro dopo il terribile incidente.

Il 14 agosto 2005 (nove anni esatti or sono, ndr) centra la fuga giusta: la corsa è dura e lui è davanti con il suo ex compagno Barla, quell’anno campione d’Italia, ed un altro corridore nel giro della Nazionale, Angelo Pagani, anche lui in Bareggese. Poi il risveglio, non da un sogno ma da un incubo: c’è stata una caduta e Gabriele ha picchiato forte la testa. Dopo dieci giorni di buio quasi assoluto gli raccontano che ha sbattuto contro un marciapiede, fratturandosi la parete oculare destra e lesionando il nervo ottico.
La strada del ritorno in bici è lunga mesi e ovviamente piena di difficoltà: la vista non ne vuole sapere di funzionare e le immagini sono annebbiate, tanto che per ritrovare confidenza con la bicicletta Gabriele si fa scortare da suo padre. Le immagini per i primi tempi risultano doppie e guardare fisso in avanti sembra l’unica soluzione. Non si sa se davvero abbia dovuto montare uno specchietto per aiutarsi, ma di certo si è trattato di una prova di determinazione fuori dal comune in cui non ha mai perso l’ottimismo.
Il rientro alle corse è quasi commovente: Gabriele è quinto a Somma Lombardo, nonostante la forma ancora precaria, un vento pazzesco ed una foratura. Ce l’ha fatta, è tornato! Quel 2006 sarà una stagione da incorniciare, non tanto per i risultati (comunque positivi) quanto per la splendida esperienza di vita con la Bareggese.
Il 2007 ciclisticamente non sarà altrettanto esaltante dal punto di vista sportivo: nonostante faccia parte di un’ottima squadra, Gabriele a fine stagione appende la bici al chiodo. Nella vita c’è dell’altro e lui lo sa: inutile sfinirsi mentalmente e fisicamente per inseguire un obiettivo fuori portata, ci sono altri treni da prendere al volo ed è meglio farlo subito con tutte le energie a disposizione.

Non si può dire che questa scelta fu una sorpresa, perché la sensazione che in quegli occhi (nonostante le bizze del destro) ci fosse qualcosa di più era sempre stata chiara: in quel 2006 da incorniciare eravamo compagni di squadra e di stanza e mi ero reso spesso conto di una certa diversità di vedute. Gabriele si impegnava al massimo, era ed è il suo marchio di fabbrica, tuttavia a differenza degli altri lasciava trasparire una certa consapevolezza di quanto l’esperienza sportiva fosse transitoria, temporanea: sapeva darsi un valore che andava oltre le prestazioni, leggeva, studiava e continuava ad andare a gonfie vele con la scuola (altro marchio di fabbrica). Sapeva chi era, cosa faceva e perché lo faceva, sempre con il sorriso sulle labbra. Alle spalle una famiglia silenziosa ma presente di grandi lavoratori, gente come si deve. Lo si capiva anche senza vederli. Lo si capiva proprio perché non li si vedeva quasi mai.

Una piccola incursione nella vita privata…

La determinazione caratterizza anche il suo percorso di studi universitari. Questa volta non ci sono marciapiedi ad interrompere la strada e dal Politecnico di Torino finisce in Belgio, nelle Fiandre. Un anno a Mol, presso l’Istituto di Ricerca Nucleare del Belgio nel centro di ricerca SCK-CEN, poi la promessa di non tornare a casa: Steffi è troppo bella per lasciarla lassù e comunque il lavoro non è male ma… bisogna guadagnarselo perché l’Erasmus è finito ed il ritorno in Italia sembra dietro l’angolo. C’è una possibilità però, si chiama progetto MYRRHA (Multi Purpose Hybrid Research Reactor for Hightech Applications) e bisogna affrontare un colloquio molto difficile di fronte ad una commissione di esperti: Gabriele studia e si prepara, il suo marchio di fabbrica non si smentisce, poi si presenta e si racconta. “Bet on me”: conclude così la sua relazione sapendo che si sta giocando il futuro in tre parole, ma tre parole non bastano. La commissione vuole di più e lui glielo da: non sappiamo cosa abbia detto esattamente ma in quegli occhi, lo sappiamo, c’è quel di più che serve. Il posto è suo.

Gabriele sponsorizzato dal MYRRHA, il centro di ricerca nucleare presso cui lavora in Belgio.

La bici non l’ha dimenticata, anzi, essendo uno che non fa le cose per caso è riuscito a conciliare il lavoro da ricercatore nucleare, l’acquisto di una casa, Steffi, due cani e gli allenamenti: ha partecipato alla marcia della morte (non ho avuto il coraggio di chiedergli cosa sia, comunque si tratta di imprese sportive fiamminghe), alla Liegi Bastogne Liegi ed alla Milano Sanremo per cicloamatori, rispettivamente 280 e 300 chilometri, portandole regolarmente a termine. L’obiettivo 2015, con il supporto della famiglia e del suo gruppo di lavoro che lo sostiene e sponsorizza, sarà l’Ironman di Nizza. I commenti sono superflui, l’ammirazione è doverosa.

Lo staff del centro di ricerca nucleare MYRRHA

Dieci anni fa in fuga verso Sciolze ho potuto vedere una minuscola parte di quella persona straordinaria che è Gabriele Manfredi, esempio di tenacia, determinazione e spirito di sacrificio. Il marchio di fabbrica era già evidente, strinse i denti e mi staccò: fu uno splendido arrivo solitario e si trattò della sua prima grande vittoria, anche se l’unica ciclistica. Il resto lo avete appena letto, a me restano l’orgoglio ed il privilegio di averlo raccontato. Quel giorno, davvero, ho condiviso il podio con un Campione.

Il podio di Sciolze: da sx Durante (2°) Manfredi (1°) Podestà (3°)

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Davide Podesta
Nell’agosto 1997 ho acceso la tv ed invece dei cartoni ho trovato la Classica di San Sebastian. Da quel giorno è stato solo ciclismo, pedalato, gareggiato e raccontato ma soprattutto vissuto. Per me non è metafora di vita, è l’essenza: un amore incondizionato e puro, critico e consapevole ma neppur minimamente deteriorabile. Se leggo la Gazzetta in un bar lascio aperta la pagina del ciclismo affinché qualcuno la legga, se la discussione finisce sull’argomento state certi che metterò il cuore sul tavolo. Trasgredisco solo per le Olimpiadi, sia estive che invernali e detesto ogni critica che non sia costruttiva, soprattutto quelle di chi non accetta il passare degli anni. Suoi e degli altri.
Davide Podesta

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8 commenti

  1. maria elena

    Bellissima storia……..bravo Davide…..mi hai piacevolmente riportato indietro nel tempo…complimenti a Gabriele…..io penso comunque che il ciclismo che ho visto abbia fatto bene a molti di voi….una scuola di vita non da poco….certi legami resteranno per sempre e certi sorrisi non si cancelleranno mai…..

  2. guido

    Io e mia moglie conosciamo bene Gabriele e la sua famiglia e tutto quello che hai scritto corrisponde alla pura verità.Gabriele è un ragazzo a cui il ciclismo,sua grande passione,ha insegnato a guardare alla vita con uno spirito positivo e sereno,non trascurando le difficoltà che si possono incontrare, le salite,le cadute o l’ebbrezza di un rettilineo in volata.Ora l’aspettiamo al ritorno dell’Ironman di Nizza per festeggiarlo preparandogli la torta dolce di zucca di cui lui è ghiotto..

  3. Michèle Ergo

    Caro Davide,
    Leggendo il tuo articolo ci siamo commossi, io e Franco, hai scritto parole bellissime sul nostro figlio, e siamo felici di avere svolto il nostro compito di genitore alla meglio, aiutati dalla scuola e dallo sport, il ciclismo, una disciplina dura che concede poche soddisfazione e richiede tanti sforzi aiutando a far crescere i ragazzi e a capire che la vera vita è fatta di insidie, bisogna affrontarle sempre con coraggio e ottimismo. Non abbiamo mai pensato alle competizione per noi l’importante è stato che Gabriele fosse felice di quello che faceva e se sono arrivate delle premiazioni sono state fonte di gioia anche per noi. I nostri due figli sono figli con la “F” maiuscola, siamo stati come dici tu poco sul campo ma in pensieri sempre presenti come lo siamo tuttora.
    Fai bene a scrivere queste belle storie, basta con i luoghi comuni dei giovanni che non valgono niente, siete milioni di persone eccezionali, il nostro futuro al quale guardare con orgoglio.
    Michèle e Franco

  4. Stefano Bottero

    Bravissimo Davide, bravissimo perchè si legge chiaramente che le cose che scrivi le hai nel cuore, Gabriele è un grandissimo ragazzone che in tutto quello che fà mette anima e cuore e tu lo hai fatto capire a tutti quelli che leggono questo blog. Spero vivamente che molti giovani sportivi lo leggano e si facciano venire la pelle d’oca e anche quel senso di commozione che abbiamo avuto io che sono lo zio di Gabriele e Franco e Michèle. Posso dire di aver avuto una delle più grandi emozioni quando ho accompagnato Gabriele con Franco alla Milano Sanremo per cicloamatori è stato a dir poco fantastico, io ero stanco alla fine della gara solo per aver guidato posso solo immaginare lui e gli altri ragazzi che hanno affrontato quella corsa bravi, bravi davvero e permettimi di dire, continuate ad essere d’esempio a tutti i giovani sportivi e non perchè siete davvero bravi.

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