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Pier Paolo!

“Il football è un sistema di segni, cioè un linguaggio”- scriveva Pier Paolo Pasolini. “Infatti le parole del linguaggio del calcio si formano esattamente come le parole del linguaggio scritto-parlato”. Pasolini era andato alla ricerca dell’unità minima da cui sviluppare la lingua del calcio: se il linguaggio scritto-parlato era una combinazione di fonemi (le lettere dell’alfabeto), per il football tale unità minima era chiamata da lui, per assonanza, “podema”, un uomo che usa i piedi per calciare un pallone. Le parole calcistiche nascevano quindi dalle infinite possibilità di combinazione dei “podemi”, i passaggi.
La sintassi si esprime nella partita, che è un vero e proprio discorso drammatico. Noi, sugli spalti ne siamo i decifratori.

Pierpaolo! Una partita di calcio con Pier Paolo Pasolini (un progetto di Giorgio Barberio Corsetti per Fattore K), in scena al Campetto Sociale Galeano il 5 e 6 ottobre per il Teatro della Tosse, racchiude in se tutte la “drammaticità” del fenomeno calcistico, essendo allo stesso tempo uno spettacolo e una partita vera, con due squadre, un pubblico, due tempi e un intervallo.

Il match è reale e il campo alla fine decreta un vincitore, ma il gioco è punteggiato dagli interventi di attori che commentano poeticamente le diverse situazioni, o lo interrompono invadendo il campo, oppure creano particolari contesti nelle gradinate in mezzo al pubblico.
I personaggi e le scene escono dalle pagine di Pasolini, dalle sue poesie, dai suoi romanzi, da suoi film. C’è il personaggio del Poeta, una raffigurazione di Pasolini stesso che interviene, commenta e accompagna con versi la partita e sottolinea la bellezza dei giovani nell’agonismo. Ci sono tre puttane uscite dal film Mamma Roma, un poliziotto, due vagabondi, un disoccupato, e l’arbitro, personaggio diabolico che oltre ad arbitrare si oppone alla visione del poeta difendendo la società del consumo e dell’edonismo. I giocatori stessi a volte recitano in particolari occasioni di brani poetici, ad esempio un pezzo sul dolore quando un giocatore rimane a terra contuso.

Ogni episodio teatrale, ogni azione calcistica, è ripresa da quattro telecamere e proiettati in diretta su un megaschermo, assecondando i versi e le poesie e con un riferimento alle straordinarie inquadrature e immagini dei film di Pasolini.
Il cortocircuito tra il mondo poetico, la forza dell’agonismo, le immagini, la partecipazione attiva dei giocatori con gli attori generano un’energia ed una commozione fortissima attorno a quella che Pasolini identificava come “l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo”, il calcio appunto. E se, come scriveva il poeta, “il calcio è lo spettacolo che ha sostituito il teatro”, il teatro in questo caso prova a fare tesoro della drammaturgia insita in questo gioco e a “invaderne” poeticamente il campo.

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Simone Tallone
“Come tutti i bambini, avrei voluto essere un calciatore. Giocavo benissimo, ero un fenomeno, ma soltanto di notte, mentre dormivo: durante il giorno ero il peggior scarpone che sia comparso nei campetti del mio paese. Sono passati gli anni, e col tempo ho finito per assumere la mia identità: non sono altro che un mendicante di buon calcio. Vado per il mondo col cappello in mano, e negli stadi supplico: «Una bella giocata, per l’amor di Dio».” – Ahimè, fossero parole mie! Eduardo Galeano parla per me!
Simone Tallone

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