doping

Venne l’epoca del doping di massa

«Il biocapitalismo non trasforma una materia inerte, esterna al lavoratore salariato – che partecipa dal di fuori al processo –, ma la sua stessa vita, con effetti sulla percezione e sull’immaginazione del soggetto»

Cristina Morini
Per amore o per forza.
Femminilizzazione del lavoro e biopolitiche del corpo”

 

Quando alle otto di un mattino qualsiasi, nel tragitto dall’asilo di tua figlia al lavoro, il tuo smartphone ti segnala un’email in cui, all’apertura di un link, ti verrà spiegato come scolpire meglio i tuoi muscoli addominali, e quella email ti solletica e in fondo vorresti anche cliccare sul quel link, ti accorgi che qualcosa è cambiato. E pure quando pensi a come abbattere la barriera delle 2 ore, per scendere almeno a 1 ora e 55 minuti alla prossima mezza maratona, come se cambiasse veramente qualcosa, ti accorgi che qualcosa è cambiato. Quello che è cambiato è che i tuoi muscoli addominali non saranno mai scolpiti quanto lo devono essere, così come non correrai mai una mezza maratona nello spazio di un’ora.

Gli anni del doping di massa – leggo in un articolo di Girolamo De Michele per Euronomade –  coincidono con gli anni del successo editoriale della manualistica che insegna la cura del corpo e a tenere a bada lo stress. La vita è ormai centro d’interessi, e il corpo parte stesso di meccanismi produttivi. Per questo deve essere controllato, monitorato, in salute e rispondente ai dettami dell’estetica dominante. Un’esigenza di controllo dove il controllore non è un allenatore con sguardo truce e cronometro in mano, ma  si annida in noi stessi.
Uno dei dati più allarmanti sulla diffusione di sostanze dopanti, non è tanto quella che coinvolge i professionisti, ma quella che riguarda i ciclisti della domenica, che prendono l’Epo per fare la tradizionale pedalata con gli amici. Quella che un tempo era la scampagnata tra amici, magari col traguardo in una trattoria fuori mano dove rinfrancarsi dalle fatiche della salita, diventa “esercizio” con tempi da monitorare (e migliorare), un’attrezzatura da non trascurare e il suo bagaglio di abbigliamento firmato.
Ovviamente tutto questo non tocca solo la bicicletta, ma la stessa corsetta tonificante è ormai quasi sempre scandita da una app che, auricolare alle orecchie, ti aggiorna sul percorso fatto e sul ritmo della tua andatura, che ovviamente puoi sempre migliorare.
Una sottrazione dal tempo del lavoro che viene misurata, rientrando anch’essa in una competizione dove una classifica stila una graduatoria con dei primi e degli ultimi, dei vincitori e inevitabilmente dei perdenti.

Siamo in un’epoca in cui il corpo viene precarizzato, sottoposto a continui e nuovi desideri appagabili, nelle condizioni di lavoro e di esistenza, e viene auto-percepito come precario perché in posizione incerta rispetto alle continue gerarchie a cui si è sottoposti e al pericolo di essere “additati” in ogni momento come inadeguati, soprattutto se il proprio corpo è messo in relazione con i modelli emergenti, in particolar modo “l’imperativo della magrezza”.
Come scrive la giornalista Cristina Morini:  «Una tirannia instaurata praticamente grazie a una serie di tecniche di trasformazione del corpo, organizzate secondo una logica di mercato e promosse, anche qui, dalla cultura del consumo: dieta, esercizio fisico, prodotti cosmetici e farmaceutici, liposuzioni. Il nemico da combattere, più ancora del “grasso”, è la “flaccidità”. Nelle rappresentazioni e nelle percezioni del corpo magro, oggetto di culto contemporaneo, l’elemento chiave non è semplicemente il peso. Le pubblicità insistono soprattutto sulla necessità di migliorare la “silhouette”. Il profilo del corpo deve essere “asciutto”, non si ammettono “cedimenti”. Ricorrono, martellanti, termini come “tonico”, “levigato”, “sodo”. Viene bandita ogni eccessiva “morbidezza” che fuoriesca dai “contorni”, il corpo-macchina deve liberarsene se vuole avere possibilità sociali e personali. Ignoti e potenzialmente infiniti spazi di mercato si aprono per consentire ai corpi-macchina di mantenere tali promesse».

Per essere inserito nel precario mondo del lavoro e delle aspettative estetiche delle relazioni sociali, non resta, quindi, che avere un corpo tonico e levigato, meglio se fasciato da un logo riconoscibile. E se la pancetta non “fa più uomo”, epo e creatina possono contribuire a far crescere l’autostima.

Fonti
Girolamo De Michele, Il dispositivo del doping come disciplina del corpo
Cristina Morini, Per amore o per forza. Femminilizzazione del lavoro e biopolitiche del corpo, Ombre corte, Verona 2010.

Credits image:
Machas

 

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Simone Tallone
“Come tutti i bambini, avrei voluto essere un calciatore. Giocavo benissimo, ero un fenomeno, ma soltanto di notte, mentre dormivo: durante il giorno ero il peggior scarpone che sia comparso nei campetti del mio paese. Sono passati gli anni, e col tempo ho finito per assumere la mia identità: non sono altro che un mendicante di buon calcio. Vado per il mondo col cappello in mano, e negli stadi supplico: «Una bella giocata, per l’amor di Dio».” – Ahimè, fossero parole mie! Eduardo Galeano parla per me!
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