catenaccio

Il catenaccio

Fabio Capello un giorno disse: «Il calcio migliore è quello che vince». Quante correnti di pensiero riassume quest’espressione! Racchiude in sé più di un secolo di passaggi, tiri, goal, parate. E pensieri – tanti pensieri – di chi il calcio lo studiava da bordo campo.

Ci fu un momento cardine nella storia del calcio: il passaggio dal Kick and run, due difensori “sparano” palloni a otto attaccanti che a testa bassa puntano la porta, al passing game: l’abbandono dell’anarchia per una cooperazione tra compagni di squadra. La scoperta del passaggio: il calcio non è più solo un assalto all’arma bianca, ma un’importante copertura di spazi. Nasce la tattica, e grazie alle università, che per prime calcano i campi da gioco, le evoluzioni e le teorie non tardano ad arrivare: piramide di Cambridge, modulo a doppia W, Chapman system, in una sfida tra Inghilterra ed Europa continentale ad individuare la migliore e definitiva.

L’Italia attende la fine degli anni Quaranta per dire la sua. E la storia ci riporta a un’alba sulle banchine del porto di Salerno. Un allenatore sta passeggiando nervosamente pensando a come far rendere meglio la propria squadra e fronteggiare il problema di una difesa colabrodo. Il lavoro dei pescatori attira la sua attenzione: tirano su una rete piena di pesci e, subito dietro, ne vede un’altra: una rete supplementare. E’ una folgorazione. Quella rete supplementare si tramutò nel libero, nome convenzionale dell’ultimo baluardo difensivo. Il suo nome era Gipo Viani e la sua squadra la Salernitana. La sua invenzione passò alla storia con il nome di catenaccio.

Nel nostro racconto però non possiamo non menzionare un altro personaggio, il tecnico austriaco di Servette, Grasshoppers e della nazionale svizzera Karl Rappan, che applicò già dalla fine degli anni Trenta la filosofia del catenaccio col suo verrou (chiavistello, catenaccio), tattica che prevedeva già quello che i giornalisti dell’epoca definirono verouller, il libero. L’idea era di lasciare la zona di centrocampo agli avversari, costringendoli però a uno sterile possesso palla grazie a strette marcature. Un invito a frustrare l’iniziativa avversaria ma che premiò il tecnico con scudetti e soddisfazioni internazionali.
Prima di arrivare in Italia però il catenaccio, o verrou (o Volga clip, variante russa architettata da Aleksandr Kuzmič Abramov), mantenne l’accezione di arma dei poveri, di quelle squadre che sopperivano all’inferiorità tecnica con la furbizia.

Il “vianema” (contrazione di sistema Viani) della Salernitana non fece sfracelli ma permise al catenaccio di venire conosciuto e applicato, ogni volta con varianti e accorgimenti. Il vero passaggio da “diritto del più debole” a tattica da grande squadra avvenne con lo sbarco del catenaccio a Milano. Dal lato neroazzurro se ne impossessò il tecnico Alfredo Foni. Lo stile era semplice: l’Inter si difendeva – scrive Gianni Brera – poi “improvvisamente, Blason (il libero) sparava un tiro da mortaio: a settanta metri non si trovavano molti giocatori, e sicuramente c’era un po’ di spazio libero che gli interisti potevano sfruttare al meglio”. Arrivarono le vittorie e, ovviamente, le critiche della stampa.
La parte rossonera rispose con Nereo Rocco, che dopo tre anni di alta classifica con la Triestina, conquistò uno scudetto e due Coppe dei Campioni con il Milan. Un catenaccio atipico, quello di Rocco, che si permetteva comunque la presenza sul campo di una figura apatica, ma piena di creatività e fantasia, come quella di Gianni Rivera.

helenio_herreraMa l’esponente massima del catenaccio, colei che arrivò ad incarnare tutto ciò che veniva visto come sbagliato nel calcio, fu sicuramente l’Inter di Helenio Herrera, “il mago”. Cura maniacale del dettaglio, controllo massimo dei giocatori, disciplina ferrea, Herrera inaugurò la stagione dell’allenatore “strapagato” (in cambio ovviamente delle soddisfazioni che Angelo Moratti stava da tempo cercando). Un calcio in verticale a tutta velocità, tre passaggi per arrivare in porta e la chiave di volta, Facchetti. “

Rinunciai ad un centrocampista e lo misi in difesa dietro ai marcatori, dando così la possibilità al terzino di attaccare

L’Inter induce gli avversari a spingersi in avanti ed eleva ad arte il contropiede. E’ per almeno un biennio la squadra più forte del pianeta e fa incetta di titoli italiani e internazionali. Herrera vince tre campionati (il quarto perso allo spareggio col Bologna), si aggiudica la Coppa dei Campioni nel 1964 e nel 1965 e raggiunge nuovamente la finale nel 1967.
Proprio la partita di Lisbona del 25 maggio 1967, andata al Celtic (prima squadra non latina ad alzare la coppa), se non decretò la fine del catenaccio, sfatò il mito della sua invincibilità. Rappan aveva già sollevato trent’anni prima delle titubanze sul centrocampo troppo debole, ma nessuno si dette troppo pensiero.

Arrivò la rivoluzione epocale dell’Olanda di Cruyff e del calcio totale. Pressing, fuorigioco, sovrapposizione dei ruoli erano il nuovo verbo calcistico. In Italia diventerà la “zona mista” di Bearzot e il Sacchi pensiero.
Ma l’evoluzione, anche nel calcio, passa sempre dalla contaminazione tra il vecchio e il nuovo. E se, nelle prime due stagioni del Chelsea di Mourinho, il suo 4-3-3 poteva ricordare il verrou Rappiano, ultimi echi di catenaccio si notarono nella Grecia campione d’Europa, disposta con libero fisso e mentalità difensiva. Una vittoria che ha ricordato la primordiale motivazione dell’indole “catenacciara”: che un’intelligente tattica accorta può consentire ai meno dotati di tener testa, e a volte battere, avversari più forti e più ricchi.

Credit Image: Dan Leydon

Bibliografia

Jonathan Wilson, La piramide rovesciata. La storia del calcio attraverso le più leggendarie tattiche di gioco, Edizioni Libreria dello Sport, Milano 2012.
Adalberto Bortolotti, Strategie per la vittoria, in Quaderni speciali di Limes. Supplemento al n. 3/2005.

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Simone Tallone
“Come tutti i bambini, avrei voluto essere un calciatore. Giocavo benissimo, ero un fenomeno, ma soltanto di notte, mentre dormivo: durante il giorno ero il peggior scarpone che sia comparso nei campetti del mio paese. Sono passati gli anni, e col tempo ho finito per assumere la mia identità: non sono altro che un mendicante di buon calcio. Vado per il mondo col cappello in mano, e negli stadi supplico: «Una bella giocata, per l’amor di Dio».” – Ahimè, fossero parole mie! Eduardo Galeano parla per me!
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