Un eroe pacifico

Eroismo pacifico mi piace davvero. Mi garba l’idea di un rapporto mistico con la natura, quasi romantico, infinito.
Lontano dalla retorica di conquista e dai bellicismi, l’essere umano esce da se stesso e si unisce a ciò che lo circonda. Qualcuno lo chiama panteismo, io la chiamo pace. La trovo una dimensione intima, personale e assolutamente umana. E sono persuaso che nel nostro tempo ci sia ben più bisogno di racconti, che di vittorie. Lo sport non è solo prestazione, impresa o espressione della parte corporea, ma soprattutto una palestra per allenare l’anima. In fin dei conti sono le emozioni a darci vita, a farsi storia, oltre il tempo. Ben oltre record e trofei.
Queste sono le battute conclusive della mia conversazione con Massimo Maggiari, autore di Passaggio a nord-ovest. Sulle tracce di Amundsen (ed. Alpine Studio).

Il celebre esploratore norvegese, primo uomo a raggiungere il Polo Sud, è stato senza dubbio un eroe pacifico: «Amundsen – spiega Maggiari – ha lasciato una scia di iniziative che rivelano un personaggio, diretto, onesto, leale, generoso. Quello che si può definire larger than life: molte persone rimanevano rapite dalla sua personalità, ma poi, proprio per questo lo dovevano abbandonare. E’ stato un uomo che ha dedicato tutta la sua vita all’esplorazione e alla vita nell’artico: era capace di partire, star via 4/5 anni, tornare, proiettare le diapositive dei suoi viaggi e poi ripartire per altri 3/4/5 anni. Insomma, una figura carismatica che fece una precisa scelta di vita». E Scott? «L’inglese, invece, faceva parte del mondo militare. Se da un lato Amundsen faceva tesoro dell’esperienza degli inuit e non faceva alcuna distinzione di classe, lui non accettava consigli da nessuno ed era pronto a mettere alla gogna i suoi compagni di spedizione. Incarnava l’impero britannico, che già nel 1845 aveva mandato a morire la spedizione guidata da John Franklin».
Da una parte il norvegese, che rappresenta la gente di mare, l’idea romantica di partire e rischiare la sorte, e dall’altra il militare inglese, realista, con un approccio tecnologico all’esplorazione tanto da preferire le slitte meccaniche ai cani.

La temperatura media annuale al Polo Sud è di circa -49: un ambiente ostile in cui anche un piccolo passo falso può avere conseguenze disastrose. Mi sono sempre domandato che preparazione fisica ci voglia per affrontare esplorazioni del genere. «Amundsen – continua Maggiari – prima della traversata trascorse 2 inverni con gli inuit, verso cui non ebbe mai un atteggiamento sprezzante o aristocratico, parlava con loro e grazie ai consigli imparò ad adattarsi alle situazioni. Ma c’è anche da dire che il suo rapporto con i poli iniziò fin da bambino: si avventurava in gite con gli sci, all’addiaccio, fino a dormire con le finestre aperte per abituarsi al freddo».

Il passaggio a Nord Ovest, nell’immediato, non portò poi ad alcun utilizzo pratico o commerciale. Un pò come le esplorazioni alpinistiche, il cui obiettivo restava l’esplorazione stessa (con tutti i corollari che essa comporta). Eppure viviamo in un mondo in cui, chi ne abbia la possibilità, investendo 30/40 mila dollari può salire in cima all’Everest. Senza voler nulla togliere a chi arriva oltre agli 8000 mila o a chi va in cerca di scalate-record, con la commercializzazione di questi luoghi siamo lontani anni luce dallo spirito esplorativo di Amundsen: «questa è la mentalità della nostra civiltà, quella che si può definire esperienza-trofeo, che ha tempi brevi e persegue un risultato ben preciso. Poi ci sono le cose guadagnate con il tempo, la pazienza e l’impegno, di cui Amundsen è un esempio». 

Quando cammino su sentieri di montagna o corro, mi sento un esploratore. In termini assoluti sono consapevole che le mie gesta non hanno nulla di epico, eccezionale o trionfale. Eppure, immerso nella natura, ho come l’impressione di capire qualcosa di più di me stesso e della realtà circostante. La competizione, la gara, il trofeo lasciano spazio alle domande, alla riflessione e talvolta anche alla paura. Eppure è proprio così che ho capito qualcosa in più delle mie radici. Proprio come Maggiari.

*le fotografie sono riprodotte per gentile concessione dell’autore

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Chi sono? cosa faccio? dove vado? A tutte queste domande rispondo con un bel silenzio. Diciamo che lo psicodramma è il mio terreno preferito, altrimenti che genoano sarei?! Mi piacciono i piani ben riusciti ed è per questo che opero sempre in direzione contraria. Insomma ho una predilezione per gli sconfitti, i secondi e quelli che si sbattono. Per farla breve, per i gregari. Ahimè sono un romantico e quando vinco mi sento a disagio. Per questo sono sempre all’opposizione. Ci sono 4 cose che mi mandano in visibilio: la frazione a farfalla di Pankratov, l’eleganza di uno stop di petto, il culo di Franziska van Almsick e i tackle di Paul Ince. Per il resto bevo birra.

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