“Acabou nosso carnaval”: quando il calcio può essere rivoluzione

Cosa avrebbe pensato Rigoberto Aguyar Montiel della sonora sconfitta che qualche giorno fa ha travolto la sua Seleção Brasileira. Lui che scoprì per primo il talento di Garrincha e di Pelé; lui che nel 1930 seguì il torneo mondiale di calcio fin dalla prima partita allo Stadio Pocitos, in Uruguay; lui che fu fautore segreto della vittoria dei verdeoro in ben tre edizioni. Ma, soprattutto, lui che inseguì per tutta la vita la Coppa Rimet e che riuscì in due occasioni, nel 1966 e nel 1983 – la seconda in maniera definitiva – a rubarla. Per sberleffo planetario alla dittatura, alle gendarmerie del pianeta e alle utopie delle teche. E per richiamo romantico alla resistenza.

Rigoberto Aguyar Montiel. Forse la maggior parte della gente non lo conosce e di certo non è tra le persone che compaiono sulle cronache. Ma che agiscono con pochi clamori e si ribellano a tutti i regimi, perché “in fondo, l’ingiustizia contro cui battersi, in ogni tempo e in ogni luogo è sempre la stessa”.

Barba, fazzoletto rosso al collo, pelle mulatta di sangue mischiato dalle migrazioni dei propri antenati, Rigoberto Aguyar Montiel è il protagonista del libro di Fabio Stassi, E’ finito il nostro carnevale, una cavalcata in giro per i cinque continenti e per tutto il Novecento, da un campionato del mondo ad un altro, da una rivoluzione ad un’altra.

L’ultima volta è stato visto in Antartide alla fine degli anni Novanta. Lui, una giornalista e il suo grande amore: la Coppa Rimet, la Diosa, Consuelo. La donna della sua vita, a cui promise di rapirla per farla sua; andalusa conosciuta a Parigi, disciolta nell’oro dall’orafo Valmont per carpirne il desiderio, per farne la più desiderabile vittoria alata. Consuelo, il volto della Coppa Rimet: da quel giorno Rigoberto la inseguì in ogni torneo studiando il modo per sottrarla ai paesi vincitori. Fino al 19 dicembre 1983, quando a Rio riuscì a rubarla alla federazione brasiliana. E non credete a quella storiella resa pubblica dalla giunta militare, la coppa non è stata fusa da quelli di Santo Cristo per finanziare una partita di eroina. Nessun brasiliano avrebbe mai osato fondere la Diosa, e per una cifra così ridicola, poi!

Per riscattar l’amor perduto della sua muhlerzinha alada, Rigoberto diventa cronista di calcio, quel gioco che mette di fronte, in un rettangolo di prato, ventidue uomini e il loro destino. Gli uomini, una carrellata di eroi: Guillermo Stabile El filtrador, José Leandro Andrade, la Maravilla Negra, Ricardo Zamora El Divino, Matthias Sindelar Cartavelina, Didì, Vavà, Pelé, Obdulio Varela, El Negro Jefe. Non sempre belli, non sempre eleganti e spesso sgraziati come il poliomelitico figlio di una guardia notturna, gamba sinistra di sei centimetri più corta dell’altra, Manuel Francisco dos Santos, Mané Garrincha, il più brutto uccello del Mato Grosso. Perché, come diceva Il monco Django Reinhardt: dio, se esiste, è monco, e zoppo, e pure cieco.

Il destino invece è racchiuso nel taccuino di Rigoberto dei cosiddetti episodi mancati: una pozzanghera che ferma un pallone destinato in rete, un provvidenziale palo colpito negli ultimi minuti, episodi capaci di assegnare gloria e disperazione. Di cambiare la vita.
Quel che conta, ci dice Rigoberto, è non perdere il senso delle cose, e della giustizia. E certe volte bisognerebbe tirare contro la propria squadra per farne una migliore. Il Brasile si aggiudicherà in maniera definitiva, nel 1970, la coppa Rimet. Una squadra che in quei vent’anni ha divertito e danzato sul campo. Non così in Inghilterra nel 1966. Due anni prima, un mercoledì delle ceneri, i militari avevano allontanato il presidente Goulard. Vinicius de Moraes in quell’occasione scrisse Acabou nosso carnaval (la Marcha de Quarta-Feira de Cinzas); non c’era più allegria, non c’era più carnevale. E la Seleção non ebbe alcuna speranza.

Così il calcio, così la vita, per questo Rigoberto insegue per tutto il libro la rivoluzione, la giustizia, la libertad (con andamento stonato e sempre in ritardo, come la bossanova).

Il calcio è come l’amore. Se lo hai provato per davvero, dopo nessuno potrà spacciarti per lui una riproduzione scialba e vicaria che i giovani si ostinano a chiamare allo stesso modo. Ed è così anche per la musica, se hai avuto la fortuna, nella vita, di ascoltare Django, o Yves, o Tom, e Miles, Thelonius Monk, Coltrane, De André, Chico, Caetano…Sei condannato alla nostalgia, è vero, ma benedici il tuo tempo.

 

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Simone Tallone
“Come tutti i bambini, avrei voluto essere un calciatore. Giocavo benissimo, ero un fenomeno, ma soltanto di notte, mentre dormivo: durante il giorno ero il peggior scarpone che sia comparso nei campetti del mio paese. Sono passati gli anni, e col tempo ho finito per assumere la mia identità: non sono altro che un mendicante di buon calcio. Vado per il mondo col cappello in mano, e negli stadi supplico: «Una bella giocata, per l’amor di Dio».” – Ahimè, fossero parole mie! Eduardo Galeano parla per me!
Simone Tallone

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