maratona

Di felicità e di dolore

Se qualcuno mi chiedesse il motivo, non saprei dare un’unica risposta.
Perchè si corre una maratona?
Non saprei.
Cosa spinge a massacrarsi di fatica e chilometri, sotto sole, pioggia o neve?
Non lo so.
O meglio, io so cosa ha spinto me a farlo.
E dato che spesso sforzi simili sono permeati dall’epica del sacrificio, preferisco evitare generalizzazioni.
Detesto il dolore, ho paura della fatica e adoro mangiare.

Io ho corso per ricordare un amico. Uno sportivo. Che non c’è più.
Ma ho corso anche per me. Soprattutto.
In questi mesi ho costruito qualcosa di profondamente intimo, qualcosa che giorno dopo giorno ho sentito sempre più mio.
Ho corso, corro e correrò.
Nonostante la vita a 35 anni non sia come me la immaginavo, nonostante i piccoli e grandi dolori quotidiani e nonostante la mia sia una generazione di illusi.
Non nel senso di ingenui, ma di presi per il culo.
Sì, si corre per vendetta. Come dice Marco Olmo.
E sì, si corre anche per esorcizzare la sconfitta.
Non per allontanarla da sè, ma per accettarla.

In quelle ore, trascorse a macinare strada, su asfalto o sentieri, talvolta si riesce a trovare un pò di sollievo. Qualcosa che assomiglia vagamente ad una rivincita.
Anche se consumata nella solitudine dello sforzo.
Non ho corso per inseguire un tempo.
Ma per dimostrare a me stesso che ce la potevo fare.
Che anche un insicuro cronico come me, può affrontare l’ignoto. La paura.
L’ho fatto con quel bagaglio di debolezze che mi porterò sempre sulle spalle, con i dubbi e le angosce che mai sconfiggerò. Perchè sono me. Io.
Non mi sono fatto Forza. Anzi. Mi sono fatto Debolezza.
Mi sono messo dalla parte della paura, l’ho abbracciata e fatta mia.
Solo che questa volta l’ho tenuta a distanza quel tanto che basta per trovare la gamba.
Mi sono accettato per quel che sono e ho corso nel pieno della consapevolezza di me stesso.
Ho messo un passo avanti all’altro sul crinale dell’incertezza, con la possibilità di non farcela ben impressa nella mente.
Ad accompagnarmi. Sempre. Chilometro, dopo chilometro.

Il risultato non conta.
Hanno valore le persone che mi hanno accompagnato finora. E quello che mi circonda.
Dicono che ci voglia testa per correre una maratona.
Sarà, ma io ancora non so chi sono, cosa faccio e dove vado.
Una cosa però la corsa mi ha insegnato: a pormi delle domande.
O meglio: a formularle nel modo corretto.
Non un gran passo avanti per chi da sempre è alla ricerca di certezze.

Ora l’ho capito, anche se ho ancora difficoltà ad accettarlo: non ci sono risposte.
Rimane solo correre.
Per questo ho pianto alla fine.
Di felicità e di dolore.

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Chi sono? cosa faccio? dove vado? A tutte queste domande rispondo con un bel silenzio. Diciamo che lo psicodramma è il mio terreno preferito, altrimenti che genoano sarei?! Mi piacciono i piani ben riusciti ed è per questo che opero sempre in direzione contraria. Insomma ho una predilezione per gli sconfitti, i secondi e quelli che si sbattono. Per farla breve, per i gregari. Ahimè sono un romantico e quando vinco mi sento a disagio. Per questo sono sempre all’opposizione. Ci sono 4 cose che mi mandano in visibilio: la frazione a farfalla di Pankratov, l’eleganza di uno stop di petto, il culo di Franziska van Almsick e i tackle di Paul Ince. Per il resto bevo birra.

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