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Amarcord

«Se troviamo parcheggio – disse mio padre – ti porto a vedere il Genoa».
Era il 19 aprile 1987, mio nonno era morto da circa un mese e con la vecchia Alfa 33 accompagnavamo mia madre a Staglieno: il cimitero monumentale più grosso d’Europa dista poche centinaia di metri dallo stadio Luigi Ferraris. Due mesi dopo sarebbe nato mio fratello. Era la stagione 86/87, il Genoa era ovviamente in serie B, ma stava disputando un campionato di vertice. Quella domenica si giocava contro il Pisa, andammo in curva (perchè c’era ancora la curva allora) e quelle maglie rossoblù, che ricordo ancora come vecchie figurine Panini, pareggiarono 1 a 1. Tra tutti i giocatori mi rimase impresso Cervone e, forse, proprio a causa sua ho scelto di disputare la mia breve carriera calcistica tra i pali. Quella stagione finimmo sesti a 42 punti, dietro Pescara, Pisa, Cesena, Lecce e Cremonese. L’ultima partita, quella decisiva, la disputammo contro il Taranto sul neutro di Lecce. I pugliesi si dovevano salvare, noi dovevamo vincere per salire. Perdemmo 3 a 0, Trevisan in una maschera di sangue, io che fremevo alla radio e sulle scale di casa un amico doriano che mi sfotteva.  L’inizio di un amore. 

Molti sono i ricordi d’infanzia legati al calcio: la passione per il giuoco catturò immediatamente la mia attenzione. Mentre frequentavo asilo e scuole elementari, i campi italiani erano calcati da Michel “Le Roy” Platini. La mia maestra, suor Emilia, era tifosa juventina e in classe esibiva sciarpa e orologio bianconero, se non addirittura gigantografie del fuoriclasse francese. Del primo giorno di scuola ho qualche ricordo annebbiato, ma ho ben impressa, invece, l’agonia del campionato cadetto 87/88. Quell’anno vidi Genoa-Messina: contro i siciliani, allenati da un certo Franco Scoglio, vincemmo 3 a 1. Ma fu una stagione pessima, il campionato del Solo chi soffre sa amare. Arrivammo all’ultima giornata appaiati al Modena a quota 30 punti. Ci giocammo la salvezza al Braglia. Mio padre decise di non seguirla e con tutta la famiglia optammo per un tranquillo pomeriggio al parco del Peralto. Mio fratello era in passeggino, ma la testa era altrove. Di ritorno dalla passeggiata chiedemmo notizie: Scanziani e Briaschi ci salvarono dalla C.

Ecco, questa è la sofferenza in cui ho mosso i primi passi da tifoso. Oggi, a venticinque anni di distanza, ripenso ancora al giorno in cui entrai in curva per la prima volta. Negli anni ho vissuto gioie e delusioni sportive, più le ultime che le prime a dire il vero, ma la mia identità di genoano e tifoso ha il volto di Marulla e Briaschi: i miei primi beniamini. Di partite ne ho viste e ascoltate tante, mai, però, dimenticherò la voce della radio, quello stereo Hitachi che ogni domenica mi cullava nella sofferenza e mai, infine, scorderò l’esultanza assieme a mio padre per un goal segnato. Questo è il calcio che ho imparato ad amare: fatto da persone e per la gente. Che cosa ne resti oggi non so e neppure voglio fare il solito matusa melanconico. Dico solo che sono contento di averlo visto e vissuto. Tutto qua.

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Chi sono? cosa faccio? dove vado? A tutte queste domande rispondo con un bel silenzio. Diciamo che lo psicodramma è il mio terreno preferito, altrimenti che genoano sarei?! Mi piacciono i piani ben riusciti ed è per questo che opero sempre in direzione contraria. Insomma ho una predilezione per gli sconfitti, i secondi e quelli che si sbattono. Per farla breve, per i gregari. Ahimè sono un romantico e quando vinco mi sento a disagio. Per questo sono sempre all’opposizione. Ci sono 4 cose che mi mandano in visibilio: la frazione a farfalla di Pankratov, l’eleganza di uno stop di petto, il culo di Franziska van Almsick e i tackle di Paul Ince. Per il resto bevo birra.

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