Questo è un articolo su Sochi

La mossa Kansas City è un diversivo per distrarre l’attenzione del proprio interlocutore.
In poche parole: è quella strategia per cui qualcuno ti fa guardare da una parte mentre ti sta imbrogliando dall’altra.
Un esempio? Indico la destra, chi mi sta di fronte guarda in quella direzione, ma io mi muovo a sinistra. Insomma non invento nulla, è il vangelo secondo Bruce Willis.

Bene, andiamo avanti. Se siete su questa pagina le possibilità sono 3:

  1. avete cercato “Sochi” su un motore di ricerca, avete sfogliato le serp, per sbaglio ci avete trovato e ora state leggendo (dio lo volesse)
  2. avete visto il post su Facebook o Twitter e quindi già ci conoscete (grazie per la fiducia)
  3. arrivate da traffico diretto (non sapremo mai come sdebitarci)

Su Analytics al momento non abbiamo altri referral, quindi il campo è ridotto.
Ma se ancora mi state leggendo è perchè pensate che io scriverò delle Olimpiadi Invernali di Sochi 2014. E di questo volete leggere, come suggerisce il titolo.
E ci avete preso, parlerò proprio di questo.

Per esempio, vi voglio raccontare dell’esultanza liberatoria della russa Olga Graf che ha vinto il bronzo di Pattinaggio velocità 3000 metri sprint. Dopo aver vinto, ha alzato le braccia al cielo e mentre il pubblico applaudiva si è abbassata la cerniera della tuta fino all’ombelico, dimenticando di non aver nulla sotto.
La definirei…una magnifica distrazione olimpica.


Durante la settimana, poi, la mia bacheca Fb si è popolata di commenti che elogiavano l’estetica trascendentale dello snowboard. Mi sono documentato e in effetti la “filosofia della tavola” avrebbe potuto essere la parte conclusiva della Critica della Ragion Pura.
Qualcuno, grazie Dani, ha postato curiose somiglianze.
Ecco un esempio: Karly Shorr, snowboarder americana (che è questa)

richiama alcuni tratti di Sasha Grey (che non ha bisogno di presentazioni)


Ma la principessa dello snowboard, così definita da Repubblica, e regina di instagram è Silje Norendal, atleta norvegese di Slopestyle.
Perdonatemi la parentesi, ma il primo pensiero di fronte alla sua immagine è stato un verso di Petrarca (niente commenti eh!): “Erano i capei d’oro a l’aura sparsi“.
Ora capirete il perchè:

…se avete un cuore, converrete con me.

Ma è meglio non divagare.
Non si può scrivere un post sui primi 10 giorni di Olimpiade senza citare lo sport che sui social network ha riscosso più successo: il curling.
Su twitter il mio feed è stato monopolizzato dall’elezione di Miss Curling: il profilo di Sky Sport, infatti, chiedeva un retweet per esprimere la propria preferenza.
Questa la classifica finale (su cui avrei però da ridire):

1. Madeleine Dupont, Danimarca

2. Carmen Schaefer, Svizzera
3. Ludmila Privivkova, Russia

Personalmente contesto l’esclusione dal podio della canadese Kaitlyn Lawes, ma si sa: ubi social, minor cessat.
Potrei continuare a scrivere di Sochi, ma mi sorge un dubbio: mi è riuscita ‘sta mossa Kansas City?

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Chi sono? cosa faccio? dove vado? A tutte queste domande rispondo con un bel silenzio. Diciamo che lo psicodramma è il mio terreno preferito, altrimenti che genoano sarei?! Mi piacciono i piani ben riusciti ed è per questo che opero sempre in direzione contraria. Insomma ho una predilezione per gli sconfitti, i secondi e quelli che si sbattono. Per farla breve, per i gregari. Ahimè sono un romantico e quando vinco mi sento a disagio. Per questo sono sempre all’opposizione. Ci sono 4 cose che mi mandano in visibilio: la frazione a farfalla di Pankratov, l’eleganza di uno stop di petto, il culo di Franziska van Almsick e i tackle di Paul Ince. Per il resto bevo birra.

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