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La limpieza grande

Per il narcotraffico i soldi sono un problema: di spazio, di tracciabilità e, in ultima analisi, di interesse. Il denaro fermo, infatti, non produce altro denaro, richiede sforzi logistici enormi e la sua fisicità ne mette a rischio la sicurezza medesima. La sua smaterializzazione, invece, pur non risolvendo il problema, ne agevola la soluzione. Al pari del contante, però, anche il soldo senza peso lascia tracce e, seguendo a ritroso il filo della sua movimentazione, può condurre ugualmente all’origine del cammino. Non sempre è facile seguire la scia, soprattutto grazie alla discrezione di zelanti istituti di credito; altre volte, però, spolverando la superficie dalla neve fresca, si possono trovare orme chiare e ben visibili. Seguire l’itinerario del riciclo, in definitiva, permette di avvicinare i vertici dei cartelli più che le rotte narcotiche stesse. Questa, a dire il vero, è stata l’illuminazione di Robert Mazur, agente speciale della US Customs, che, durante gli anni ’80, si infiltrò nel traffico di droga di Pablo Escobar, e camuffandosi da riciclatore di denaro sporco, riuscì a far arrestare esponenti di primo piano del cartello colombiano e anche alcuni banchieri della Bank of Credit and Commerce International (personaggio che Brian Cranston ha interpretato egregiamente nel film The Infiltrator disponibile su Netflix). Investire, costruire ed esportare denaro aiuta a diluire le tracce, a rendere, in definitiva, le orme meno visibili. E anche il calcio, più che altri campi di investimento, dagli anni ’80 ha rappresentato un business particolarmente sensibile alle esigenze di pulizia e riciclaggio delle organizzazioni criminali. Soprattutto in Colombia.

El principio

La data che segna simbolicamente l’ingresso dei narcos nel pallone del paese sudamericano è il 21 ottobre 1983. Quel giorno il Ministro della Giustizia Rodrigo Lara Bonilla dichiarò a media nazionali e internazionali che le squadre di futbol professionistico in mano a persone legate al narcotraffico erano l’Atletico Nacional di Medellin, il Millonarios Futbol Club di Bogotà, il Santa Fe, il Deportivo Independiente Medellin, l’America Cali e il Deportivo Pereira. Quel giorno, per la prima volta, qualcuno aveva la forza di denunciare che denaro sporco stava entrando nel calcio colombiano.
Il problema, in realtà, era già apparso a metà degli anni ’70. I primi trafficanti di droga, infatti, furono i marimberos di Guajira e Santa Marta, che alla fine degli anni ’60 iniziarono a dominare le rotte della marijuana. L’Union Magdalena, ad esempio, fu il primo club colombiano in cui iniziarono ad affluire i proventi dei cartelli e, i fratelli Davila Armenta, sospettati di traffico di marijuana, i primi ad entrare nel business sportivo: il club venne salvato dal fallimento attorno alla metà degli anni ’70 e già a fine decade arrivò a competere per il titolo (1979). Nei dieci anni successivi, poi, il boom della cocaina estese l’attività, fece aumentare i vettori narcotici ed esplodere i profitti. Ma fu anche la situazione economica del paese ad agevolare la creazione di uno spazio compiacente per l’affermazione sociale di questi nuovi ricchi. L’amministrazione Lopez Michelsen, a metà degli anni ’70, si trovò infatti a fronteggiare una dura crisi economica: stagnazione agricola, calo delle costruzioni, trasformazione del paese da esportatore ad importatore di petrolio, alto tasso di disoccupazione, inflazione ed infine gli scioperi contribuirono a far sì che i narcos fossero gli unici soggetti in grado di possedere capacità finanziarie, generare occupazione e produrre investimenti. L’élite tradizionale colombiana, tuttavia, inizialmente non accolse con favore i nuovi arrivati: alla fine dei conti erano pur sempre uomini che provenivano dalle classi più umili o, nel migliore dei casi, da una classe media poco abbiente. Così, nonostante la creazione e l’acquisto di imprese che nascondevano attività illegali, i cartelli si trovarono nella condizione di cercare qualcosa che li unisse all’élite colombiana. E quale miglior trait union se non il calcio?

Negli anni ’70, infatti, quasi tutti i club colombiani erano in mano ad industriali o impresari. Ma la crisi, poco alla volta, stava mutando lo scenario. Il calcio professionistico, oggi come allora, nella sua accezione di intrattenimento, per risultare attrattivo al grande pubblico aveva assoluta necessità di stelle, di top player che al proprio talento davano però valore in dollari. Una pretesa economica non sostenibile per le società del tempo, che, invece, dovevano fare i conti con la svalutazione del pesos. La crisi dell’Once Caldas, ad esempio, raggiunse un tale punto di gravità che neppure l’ingresso di capitali provenienti dalle famiglie più rispettate di Manizales riuscì a risolvere; il club, per sopravvivere, alla fine dovette vendere la sponsorizzazione della maglia all’Industria Licorera di Caldas (liquori) e per molti anni cambiò il nome in Cristal Caldas. Anche la lega colombiana cercò di tamponare con iniziative volte ad alleggerire la pressione dai club, ma il dominio straniero e la nazionalizzazione di giocatori argentini, brasiliani, uruguaiani e paraguaiani (che firmavano contratti in dollari) non fecero che peggiorare la situazione. Al termine degli anni ’70, pertanto, i club più grandi del calcio colombiano versavano in una crisi quasi irreversibile. E come logico che fosse, alla fine, non disdegnarono il sostegno economico dei nuovi ricchi, di quei nuovi soggetti desiderosi di riconoscimento, accettazione e sostegno sociale. I salvatori economici del calcio colombiano. I narcos.

Los equipos

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Illustrazione di David Ricardo Caicedo

Nel 1977, pertanto, Gilberto Rodriguez Orejuela, che assieme al fratello Miguel e all’amico Josè Santacruz Londono aveva avviato una solida rotta di narcotraffico verso gli Stati Uniti, e conosciuto anche come rispettabile imprenditore (essendo proprietario di aziende come la Drogas la Rebaja e il Grupo Radial Colombiano), tentò di acquistare azioni del Deportivo Cali. L’assemblea degli azionisti, però, composta da diversi membri dell’alta società cittadina, e la struttura stessa dell’Asociacion Deportivo Cali, che non prevedeva la presenza di un socio di maggioranza, impedirono a Rodriguez Orejuela di controllare il club come da sua intenzione. Lo stesso Alex Gorayeb, presidente della società, si oppose fin da principio all’inserimento nel gruppo degli azionisti di un uomo la cui fortuna aveva origine incerta. Miguel Rodriguez, invece, non solo era un accanito tifoso dell’America Cali, popolare squadra della Valle del Cauca che mai fino ad allora aveva vinto titoli, ma soprattutto, a differenza del fratello Gilberto, non era assolutamente disposto ad accettare che l’élite caleña lo ignorasse in maniera talmente spudorata. Nel 1979, così, grazie alla conduzione tecnica di Gabriel Ochoa Uribe e a ingenti sforzi economici che portarono all’acquisto di giocatori come Gerardo Gonzalez Aquino e Juan Manuel Battaglia, i diavoli rossi conquistarono il loro primo titolo nazionale. Ma come ogni vittoria che si rispetti, anche quella dell’America Cali portò con sé un costo e, dopo la conquista dello scudetto, l’urgenza fu quella di far convergere capitali freschi con l’inserimento di nuovi azionisti all’interno del club. Queste, pertanto, furono le condizioni che, il 4 gennaio 1980, permisero a Miguel Rodriguez Orejuela, fondatore del cosiddetto cartello di Cali assieme al fratello Gilberto, di diventare l’azionista di maggioranza della società. Detenendo, in pratica, l’intero club.

Colombia-pablo-predictions-eridubetA Medellin, nel frattempo, accadevano cose analoghe. Mentre un nuovo benefattore chiamato Pablo Escobar Gaviria inaugurava campi da calcio e mercati nei quartieri più poveri della città con il programma politico Medellin sin Tugurios, molti dei suoi soci della mafia organizzata del dipartimento di Antioquia diventavano padroni dell’Atletico Nacional e del Deportivo Independiente Medellin. Pablo Correa e Hector Mesa, ad esempio, all’inizio degli anni ’80 entrarono in possesso del pacchetto azionario di maggioranza del DIM, per essere uccisi un paio di anni dopo in circostanze che la polizia dichiarò essere “vendette tra mafiosi“. Il patrocinio del club, poi, passò a Dario Ocampo, un nuovo ricco che, secondo il libro Coca Nostra, tra le sue proprietà poteva contare su Villa Salsa, una tenuta con all’interno cinque discoteche. La leadership dell’Atletico Nacional, invece, sin dal 1962 era stata nelle mani dei Botero Moreno, tradizionalmente proprietari di diverse case di cambio. Negli anni ’70, quando la forma di questo istituto entrò in crisi, il capitale della famiglia continuò ad accrescere, tanto da riuscire a comprare addirittura l’Hotel Nutibara di Medellin, il più lussuoso della città e uno dei più esclusivi del paese. Situazioni poco chiare che iniziarono a far collegare la presidenza del club al riciclaggio di denaro proveniente dal cartello di Medellin.

108556396A Bogotà, invece, all’inizio degli anni ’80, circa un terzo delle azioni del Millonarios passarono nelle mani di Gonzalo Rodriguez Gacha, uno dei luogotenente di Escobar. El Mexicano, così soprannominato e conosciuto grazie alla passione per i cavalli e la cultura messicana, compreso il futbol, era un agricoltore di Pacho Cundimarca che, grazie al traffico di droga, di smeraldi e alla violenza sui nemici, era diventato uno degli uomini più ricchi del paese. Il Millonarios, invece, all’inizio del 1982 si trovava in una grave crisi sportiva ed economica, tanto che dopo il titolo del 1978 non aveva partecipato più ad alcuna finale. Ma soprattutto versava in una difficile situazione economica e addirittura nell’urgenza di un’immediata ricapitalizzazione. Fu così che Gacha e Edmer Tamayo Marin entrarono come soci di maggioranza nel club e quella che fino a poco tempo prima era la sedia su cui si sedeva Alfonso Senior, uomo integerrimo e formale, iniziò ad essere occupata da un uomo con la camicia aperta fino all’ombelico, con cappello e stivali da cowboy, piume colorate e che stava comprando tutti i terreni possibili nei dintorni di Magdalena Medio (provincia del dipartimento di Antioquia, il cui capoluogo è Medellin).

Anche a Santa Fe le cose si stavano riproponendo secondo lo schema prestabilito: se da un lato la vecchia proprietà languiva, incapace di sopportare da sola il peso economico della gestione sportiva, dall’altra nuovi investitori scalpitavano, pronti a subentrare nell’Independiente. Fu lo stesso Guillermo Cortes, l’allora presidente del club, a denunciare che in società stavano entrando soldi sporchi e nel 1981, poi, a dimettersi quando la proprietà della squadra passò nelle mani del Gruppo Inverca Cali, i cui principali azionisti erano Fernando Carrillo e, successivamente, Phanor Arizabaleta, membro della cupola del cartello di Cali.  

Il Deportivo Pereira, infine, tradizionalmente un piccolo team, divenne proprietà esclusiva di Octavio Piedrahita, miliardario eccentrico vicino al cartello di Pablo Escobar che, a sorpresa, nel 1982 arrivò quarto in campionato. Piedrahita in seguito divenne presidente del Nacional, per finire poi ucciso nella guerra tra i cartelli.

La limpieza grande

L’ascesa dei narcos all’Olimpo futbolistico colombiano fu però agevolata dalla tolleranza del governo Lopez Michelsen nei confronti dei cartelli, acquiescenza che proseguì anche con Julio Cesar Turbay Ayala e che si materializzò con benefici al limite della legalità (se non già oltre). Il presidente Lopez, infatti, aprì la porta ai capitali del narcotraffico con la cosiddetta ventanilla siniestra (letteralmente finestra sinistra), termine che, in concomitanza con il boom del caffè colombiano negli anni ’70, consentì di acquistare dollari senza chiedere l’origine dei fondi. Ma che in pratica fu un mezzo che permise l’ingresso in Colombia di ingenti quantità di denaro illegale. I primi soggetti a beneficiarne furono proprio le squadre di calcio che, da un lato iniziarono ad effettuare in dollari le proprie transazioni con i club stranieri, mentre dall’altro registravano in pesos gli stessi movimenti presso il Banco della Repubblica. Queste operazioni, come ovvio, avevano lo scopo di creare un debito, registrare una perdita che, in club come l’America e il Millonarios, dove i vertici societari erano strettamente collegati al narcotraffico, veniva appianata e ricapitalizzata tramite contanti sporchi. Questo semplice meccanismo, compresi anche i contratti dei calciatori, ha permesso ai cartelli di riciclare ingenti quantità di dollari e di utilizzare il calcio e la passione popolare come un’immensa lavanderia a cielo aperto.

Los hechos

I meccanismi finanziari con cui avveniva il riciclo sono solo una delle tante pagine scomode con cui il connubio tra narcos e futbol ha scritto la storia del calcio colombiano. Per completezza di informazione, ecco quelle più legate alla cronaca nera.

  • il 1 dicembre 1981, durante la partita America vs Nacional, un aereo sorvolò lo stadio Pascual Guerrero di Cali annunciando la creazione del gruppo Muerte A Secuestradores. I volantini, lanciati dal velivolo, informavano la Colombia intera che 223 signori della droga contribuivano alla lotta contro i rapimenti con 9 milioni di dollari e 2 mila uomini armati. Era il primo passo per la nascita di gruppi paramilitari.
  • le accuse del ministro Lara Bonilla sui rapporti fra futbol e narcos fecero sì che Gonzalo Rodriguez Gacha scomparisse dai registri degli azionisti del Millonarios e che tutte le sue azioni passassero in mano a terzi. Miguel Rodríguez Orejuela, invece, iniziò ad apparire come il proprietario di solo il 9% dell’America Cali. In Colombia era nato ufficialmente il fenomeno dei prestanomi.
  • il primo estradato per traffico di droga nella storia della Colombia fu Hernán Botero, l’allora presidente dell’Atletico National. La vicenda spaventò talmente i cartelli, che Escobar si fece promotore della risposta con la creazione de Los Extraditables, un gruppo armato che dichiarò guerra allo stato e che immerse il paese nel terrore. Il logo dell’organizzazione, per coerenza, rimase sempre l’immagine di Botero incatenato.
  • il campionato del 1989 fu sospeso a causa delle pressioni mafiose. Il giro di scommesse clandestine condusse all’assassinio dell’arbitro Alvaro Ortega e la Dimayor (División Mayor del Fútbol Colombiano), nel novembre, decise di fermare il torneo.
  • l’elenco dei dirigenti di calcio uccisi per i legami con il traffico di droga, o accusati di averli, è lunghissima. Da Hernán Botero (primo estradato), passando per Eduardo Dávila (Union Magdalena, accusato di traffico di marijuana) e Ignacio Aguirre (Tolima, assassinato negli anni 80), fino a César Villegas (accusato di essere il prestanome di Arizabaleta nel Santa Fe, ucciso nel 2002) e Juan Jose Bellini (presidente della Federazione, ex presidente dell’America e legato al cartello di Cali). Più recenti, invece, sono l’estradizione di Eduardo Mendez (Santa Fe), l’assassinio di Gustavo Upegui (Envigado) e l’incarcerazione di 12 ex-dirigenti del Medellin.

E oggi? L’osmosi tra il narcotraffico e il calcio non si è esaurita con la fine dei cartelli di Cali e Medellin. Il futbol, anzi, rimane un business particolarmente sensibile alle esigenze di pulizia e riciclaggio delle organizzazioni criminali. Nel giugno 2015, il vice procuratore generale Jorge Fernando Perdomo ha confermato l’esistenza di indagini preliminari sui legami tra diversi club colombiani e il denaro del narcotraffico. L’inchiesta interessa: Valledupar F.C., Cortuluá, Chicó F.C., Depor Fútbol Club, Envigado F.C., Águilas Doradas, Once Caldas y Unión Magdalena. Squadre di prima e seconda fascia. Perchè la limpieza grande non conosce categoria. Anzi, lontano dalla luce lo sporco si nota meno.

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Chi sono? cosa faccio? dove vado? A tutte queste domande rispondo con un bel silenzio. Diciamo che lo psicodramma è il mio terreno preferito, altrimenti che genoano sarei?! Mi piacciono i piani ben riusciti ed è per questo che opero sempre in direzione contraria. Insomma ho una predilezione per gli sconfitti, i secondi e quelli che si sbattono. Per farla breve, per i gregari. Ahimè sono un romantico e quando vinco mi sento a disagio. Per questo sono sempre all’opposizione. Ci sono 4 cose che mi mandano in visibilio: la frazione a farfalla di Pankratov, l’eleganza di uno stop di petto, il culo di Franziska van Almsick e i tackle di Paul Ince. Per il resto bevo birra.

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