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Football is freedom

Football is a whole skill to itself. A whole world. A whole universe to itself. Me love it because you have to be skillful to play it! Freedom! Football is freedom – Bob Marley

Destro, sinistro.
Coscia.
Sinistro, destro.
Palleggio che si ripete. Stesso ordine, stessa frequenza.
Un dribbling, consumato nella polvere, e i dreads che si muovono al ritmo di uno stop di petto.
Il pallone si ferma sotto la suola, poi, con forza, lo calci verso la porta.

Sei un musicista, fumi marijuana e ami il calcio. Hai imparato a giocare tirando pedate ai cocomeri essicati di Nine Mile, villaggio pochi chilometri a sud di Brown’s Town. Giamaica.
Per te il pallone è libertà, creatività, un mezzo per dare libero sfogo all’ispirazione. Se non fossi un cantante, saresti diventato calciatore. O rivoluzionario.
Con Peter e Bunny, vivi in Regent Street. Nel centro di Kingston. Sul palco, assieme, fate i Wailers. In campo, invece, siete i Soul Rebel. Proprio come la canzone. Livingstone gioca attaccante, mentre tu, per il tuo incedere elegante, vieni provocatoriamente soprannominato Miss Marley. Hai da poco fatto la conoscenza di Allan Cole, meglio conosciuto come Skill, uno dei giocatori più forti della nazionale giamaicana e tuo futuro manager. Anche lui è un seguace del Rastafarianesimo, fede religiosa che prende il nome da Ras Tafari, ovvero Hailé Selassié, negus neghesti e ultimo imperatore d’Etiopia. Già, proprio quello dell’invasione italiana e del rigurgito coloniale fascista. Buffalo Soldier.

Tra le tue abitudini calcistiche c’è quella di giocare a piedi nudi. E di attaccare gli avversari anche quando sono loro ad avere le scarpe. Risultato? L’alluce del piede destro, che già da bambino ti sei ferito, è quasi sempre contuso e malconcio. Spesso, addirittura, trasuda pus. Scalzo o meno, però, non smetterai mai di giocare. Anzi, il calcio diventerà più che una passione, quasi un rifugio dove ripararti nei momenti difficili. Come accadrà nel ’78, prima del One Love Peace Concert, la Woodstock del Terzo Mondo. Oltre 32 mila persone e la Giamaica da pacificare. Nel campo al 56 di Hope Road, sotto gli occhi di chi aveva cercato di ucciderti due anni prima, proverai a liberarti dall’attesa, dalla tensione di un evento che avrebbe dovuto essere qualcosa più di un concerto. Almeno, così a Londra ti avevano detto Claudie (Claudius Massop del Jamaican Labour Party) e Bucky (Aston Marshall del People’s National Party).

Bob-Marley-U11725Nel ’76, con un proiettile ancora nel braccio, in Inghilterra ci andrai per registrare due album. Ma mai senza il pallone. E infatti prenderai casa a Chelsea, proprio di fronte ai campi di Battersea Park. Assieme a Seeco, Gilly, Cole e Garrick farete tornei di calcio a 5. I vostri avversari non vedranno mai il pallone: tocchi di prima, giro palla svelto e gol. Sembrerete nati per giocare a futbol. Lì inciderai Exodus e Kaya. E il 10 maggio 1977, prima tappa del tour europeo, arriverai a Parigi. Indovina un po’? Il giorno prima farai una partita proprio sotto la Torre Eiffel, contro una squadra di vecchie glorie capitanata da Francis Borrelli, l’allora presidente del Paris Saint Germain. Rientrerai negli spogliatoi con il solito dito malconcio. Niente di nuovo: via l’unghia e poi ancora in campo. Ogni giorno a giocare. Anche contro il parere dei medici. Corsa, calci, tiri e pestoni. Alla fine ti diagnosticheranno un melanoma.
Ma il dito no, non lo farai amputare.

La tua vita sarà sempre una miscela di spiritualità, musica e calcio. Tanto che hai già chiamato tuo figlio Ziggydribbling in giamaicano. Le partite senza fine, quelle che chiunque ami il calcio ha giocato almeno una volta in vita propria, non mancheranno mai nella tua giornata. Sarai costantemente attratto dal campo, ma il tuo gioco preferito sarà sempre quello latino. Più fluido e melodico rispetto a quello europeo, troppo duro e spigoso.
E non avrebbe potuto essere altrimenti.
La tua squadra preferita è il Santos, tanto che volerai anche in Sud America per conoscere Paulo Cesar, capitano del Brasile. Ma nelle tue partite giocherai spesso con la maglia-Spurs di Ardiles. Da buon appassionato non perderai neppure una partita dei mondiali del ’78 e alla fine del Tuff Gong Uprising tour deciderai di non rilasciare nessuna intervista.
Wailers vs giornalisti: partita a 5 in West London.

Il calcio sarà una costante della tua vita. Tanto che il più vasto pubblico della tua carriera lo incontrerai a San Siro il 27 giugno 1980: 120 mila persone nello stadio di Milan e Inter.
Non molto tempo dopo collaserai in Central Park mentre fai jogging.
Il melanoma ha metastasizzato. Morirai a Miami l’11 maggio 1981.
Funerali di stato e sepoltura a Nine Mile, proprio laddove hai imparato a giocare.
Con te riposerà la tua Gibson, una piantina di marijuana e una Bibbia.
E ovviamente il tuo pallone.

a180e1536f1de71d67adcd8da981fc3fMa adesso ancora no.
La partita sta per iniziare.
E’ quasi il momento di metterla a centrocampo.
Libertà.
Il calcio è libertà.
Come la musica. Come l’erba.
Due passaggi ancora.

Destro, sinistro.
Coscia.
Sinistro, destro.
Palleggio che si ripete. Stesso ordine, stessa frequenza.
Un dribbling, consumato nella polvere, e i dreads che si muovono al ritmo di uno stop di petto.
Il pallone si ferma sotto la suola, poi, con forza, lo calci verso la porta.

Palo-gol.
1969.

 

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Chi sono? cosa faccio? dove vado? A tutte queste domande rispondo con un bel silenzio. Diciamo che lo psicodramma è il mio terreno preferito, altrimenti che genoano sarei?! Mi piacciono i piani ben riusciti ed è per questo che opero sempre in direzione contraria. Insomma ho una predilezione per gli sconfitti, i secondi e quelli che si sbattono. Per farla breve, per i gregari. Ahimè sono un romantico e quando vinco mi sento a disagio. Per questo sono sempre all’opposizione. Ci sono 4 cose che mi mandano in visibilio: la frazione a farfalla di Pankratov, l’eleganza di uno stop di petto, il culo di Franziska van Almsick e i tackle di Paul Ince. Per il resto bevo birra.

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