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La scienza dei goal

Già Franco Scoglio, negli anni ’90, aveva intuito quanto i numeri fossero importanti nel calcio. O meglio, forse aveva già percepito quanto potessero essere un’utile chiave d’interpretazione. A questo propostito, tra le frasi più famose del Professore, come non ricordare quella sui calci d’angolo e i 21 modi per batterli o la citazione con cui descriveva la propria filosofia di gioco: «Il mio calcio è fatto cosi: 47% di tecnica, 30% di condizione fisica e 23% di psicologia».
Anche l’altra sponda del Bisagno, in quegli anni, ha avuto il suo spirito matematico. Vujadin Boskov, al pari del mister di Lipari, rilasciava interviste genuine, in cui traspariva un’ involontaria, ma altrettanto sicura, attenzione al dato numerico: «Meglio perdere una partita 6-0 che sei partite 1-0» oppure «Un 2 a 0 è un 2 a 0, e quando fai 2 a 0 vinci».
Insomma, Scoglio e Boskov esprimevano sì concetti semplici, ma rivelavano anche una certa cura al dato statistico, frutto di deduzioni prodotte dalla pratica empirica, accumulata in anni di panchine. Chissà oggi come avrebbero allenato? e soprattutto se, nell’attuale mondo iper-connesso e digitalizzato, avrebbero usato le odierne tecnologie per un approccio più scientifico allo sport. Sport analytics, per l’appunto, è il termine che oggi unisce la mole di dati e statistiche, disponibili in modo sempre più numeroso, con i modelli scientifici di discipline come le scienze cognitive e l’economia, per aiutare atleti, allenatori, dirigenti e arbitri a ottenere la miglior prestazione possibile.
Su l’argomento è da poco uscito in libreria La scienza dei goal, libro divulgativo che descrive il ruolo crescente delle scienze sociali e dei metodi quantitativi nello sport, con particolare attenzione al calcio. Per capirne di più abbiamo intervistato il genovese Carlo Canepa, co-autore assieme a Luciano Canova, del volume edito da Hoepli.

Nonostante il libro tratti di numeri e statistiche applicati al calcio, le prime pagine si aprono con una poesia di Saba, sottolineando come il fùtbol sia passione, tifo e irrazionalità.
La prima domanda è quindi d’obbligo: come è nata l’idea di questo volume?
Perchè La scienza dei goal?
La domanda che sta alla base del mio percorso di studi e di quello di Luciano si chiede quali siano i fattori che influenzano il comportamento umano e come gli individui prendano le decisioni. L’economia è da sempre stata la disciplina principe all’interno delle scienze sociali, tanto da ampliare il suo raggio di indagine anche a questioni esterne a quelle riguardanti i rapporti economici. Le scienze cognitive, contenenti tra le altre la psicologia e le neuroscienze, sono un insieme di discipline in costante ascesa negli ultimi decenni, che a volte integrano, e altre volte vanno oltre, i modelli economici classici. Il libro è nato, quindi, con l’intento di mostrare come gli scienziati applicano il metodo scientifico e quello statistico per confermare ipotesi sulla base dei sempre più numerosi dati raccolti all’interno del panorama calcistico. L’espressione “sports analytics”, infatti, esprime intenti disparati, come migliorare le prestazioni in campo e sfatare i luoghi comuni degli addetti ai lavori. Quello che non cerca di fare è eliminare ciò che rende affascinante ogni sport: l’imprevedibilità. Quest’ultima resta sempre una caratteristica del comportamento umano, e la scienza permette ancor di più di coglierne il fascino.

Il libro è strutturato in 11 capitoli, divisi tra primo, secondo tempo e minuti di recupero. Vengono trattati molti argomenti, temi popolari spesso dibattuti davanti ad una birra o un caffè, ma affrontati e analizzati con l’ausilio dei numeri. Tra questi, quello dell’esonero degli allenatori. Tenuto conto che nel nostro campionato abbiamo presidenti mangia-allenatori come Zamparini, dal punto di vista statistico è efficace rimuovere il mister dal suo ruolo? E’ possibile quantificarne l’apporto sui risultati di una squadra?
Il primo tempo di ogni capitolo raccoglie gli studi che cercano di spiegare un fenomeno specifico legato al calcio e in questo modo di proporre strumenti innovativi per migliorare le prestazioni. Il secondo tempo, invece, ribalta questa prospettiva della scienza al servizio del calcio, proponendo le ricerche che sfruttano il calcio come laboratorio per testare ipotesi di carattere più generale. Nel caso del ruolo dell’allenatore, le domande del primo tipo si chiedono se sia possibile quantificare il contributo del mister. Qui le risposte sono abbastanze variegate, mostrando come sia fondamentale comprendere la metodologia utilizzata per interrogare i numeri. Quello che sembra emergere come innegabile è che il contributo dell’allenatore è solo uno dei tanti fattori causali in campo per i successi di una squadra. Una conclusione più netta è ottenuta per la domanda del secondo tipo, in cui l’allenatore è visto come un’utile rappresentazione del manager aziendale. Gli studi sono quasi tutti d’accordo nel mostrare come l’esonero (e il conseguente licenziamento di un leader), durante la stagione, non comporti alcun miglioramento nei risultati. I casi in cui questo sembra essere presente sono effetto di una sorta di “illusione” di tifosi e presidenti, che la statistica riesce a mettere a nudo.

Tra i vari argomenti affrontati c’è quello dell’home advantage, ovvero del vantaggio di giocare in casa. Quanto incide sul risultato giocare tra le mura di casa? E quali sono i fattori che lo determinano?
A differenza dell’esonero, il vantaggio di giocare in casa è un luogo comune confermato non solo dai numeri, ma anche dall’approccio scientifico. Dal punto di vista descrittivo, è facile notare come la maggior parte dei punti fatti da una squadra sono conquistati tra le mura amiche. In Italia, la media di punti in casa si aggira intorno al 62 per cento. Diversi studi cercano di scoprire quali sono le cause di questo fenomeno, che si presenta non solo nel calcio, ma anche in tutti gli altri sport, come il basket, il baseball e il football americano. Cinque sembrano essere i fattori principali: il contributo del pubblico, la familiarità con il campo di casa, la distanza percorsa nei viaggi, i diversi regolamenti (soprattutto nelle coppe) e l’istinto di territorialità. Questi elementi agiscono in maniera diversa sui comportamenti dei principali attori su un campo da calcio, cioè gli allenatori, gli arbitri e i calciatori. E’ bene sottolineare come gli studi riportino tendenze empiriche, non relazioni causa-effetto deterministiche. Questi fattori, più altri, interagiscono tra di loro rendendo più probabile, quindi non certo, conquistare uno o tre punti in casa.

E arriviamo ad un grande classico: gli arbitri. Quanto incide il loro operato nel risultato? Ma soprattutto quali sono le cause esterne (e non) che influenzano i fischietti?
Uno dei luoghi comuni più diffusi nel calcio è quello che attribuisce un ruolo di primo piano all’arbitro. Il direttore di gara, con le sue scelte, è spesso visto come l’unico responsabile di un risultato. Partiamo da una semplice osservazione. Come non ci aspettiamo che un calciatore segni cento goal trovandosi cento volte da solo davanti al portiere, lo stesso vale per un arbitro. Prendere una decisione arbitrale è un gesto tecnico, diverso dal calciare una punizione, ma comunque richiede una serie di abilità e capacità specifiche, fallibili, in quanto umane. Gli studi scientifici mostrano come i processi cognitivi alla base di ogni fischio siano molto complessi. Percezione, categorizzazione e integrazione sono tre fasi, condotte nella frazione di secondo, con cui l’arbitro arriva a giudicare un fallo. In ognuna di queste può avvenire un errore, in quanto ogni sistema cognitivo può sbagliare. E le regole di certo non aiutano i direttori di gara. Il fuorigioco, per esempio, è impossibile da stabilire con correttezza in alcuni casi, a causa della prospettiva o della velocità dei giocatori. Un altro fattore che influenza gli arbitri è la pressione sociale del pubblico. Numerose ricerche, in diversi sport, evidenziano come il direttore di gara tenda ad aiutare leggermente e in maniera inconsapevole la squadra di casa. Ciò che è importante però capire è che gli errori arbitrali, se possono condizionare una partita, sembrano far svanire il proprio contributo lungo una stagione intera. Solo comprendendo questi meccanismi, è possibile ideare interventi di supporto efficaci.

In epoca di big data, droni e telecamere onnipresenti sul campo di gioco, viene lecito domandarsi come vengano assunti, elaborati e interpretati i dati? La calciometrica può davvero permettere di descrivere e prevedere gli eventi del campo?
Rispetto ad altri sport, soprattutto quelli americani, il calcio è ancora nella sua fase adolescenziale per quanto riguarda la raccolta e l’analisi dei dati. Le nuove statistiche che stanno affiancando quelle tradizionali sono descrittive. I chilometri percorsi, la percentuale di possesso palla, i palloni recuperati, i contrasti vinti, descrivono quello che avviene su un campo da calcio. La possibilità di individuare eventi che fino a qualche anno fa erano ignorati è già un grosso passo avanti. Per esempio, è più facile avere degli elementi con cui valutare i difensori, che rispetto agli attaccanti non hanno il numero di goal segnati per essere giudicati. Tanto ancora va fatto in questa fase di raccolta dati, perché molte statistiche sono raccolte manualmente, soggette quindi all’interpretazione dell’occhio umano. Il passo decisivo, però, che a oggi è stato solo accennato, consiste nell’affiancare alla statistica descrittiva quella predittiva, a cui nel libro diamo il nome di “calciometrica” (con un richiamo alla “sabermetrica” del baseball). Non ci basta sapere cosa è successo su un rettangolo di gioco. Dobbiamo capire il perché di quello che è successo, se potrà riverificarsi e in quali condizioni. Da qui la necessità di creare formule in grado di sfruttare i numeri a disposizione. Gli “exptected goals” sono uno dei primi esempi in questa direzione, ma molti altri stanno nascendo.

Quali le applicazioni pratiche sul campo?
Le applicazioni di un approccio scientifico e statistico al calcio sono innumerevoli, e coinvolgono chiunque sia appassionato di questo sport. Per i dirigenti di una società, saper sfruttare nel modo giusto i dati permette di innovare i metodi di scouting e di come viene tradizionalmente svolto il calciomercato. Per gli allenatori, la possibilità di quantificare le posizioni dei giocatori in campo e le loro performance fisiche fornisce un importante contributo per migliorare le prestazioni e ottimizzare le decisioni da prendere. Gli stessi calciatori, come sottolineato dallo stesso Prandelli nell’intervista nel libro, devono far loro una cultura del dato, che non significhi ridurre tutto a un numero, ma rendere complementare la propria preparazione con la conoscenza dei dati a essa legati. I tifosi, invece, possono avere un paio di occhiali nuovi con cui guardare le partite. Non solo facendo riferimento a giochi come il fantacalcio, dove fortuna e giudizi soggettivi la fanno da padroni, ma riguardo alla fruizione stessa dello sport. I giornalisti, grazie anche agli innovativi strumenti di visualizzazione dei dati, possono cavalcare questa rivoluzione, che rientra nell’ambito più generale del data journalism, sempre più presente accanto al fino dello storytelling. Dai dati i direttori di gara possono comprendere molto per migliorare le proprie decisioni, e gli organizzatori delle competizioni hanno la possibilità di rivedere le regole e l’iniquità dei tornei. Infine, gli scienziati hanno a loro disposizione contesti sperimentali sempre più ricchi. Tutto questo è possibile solo se si comprende come i numeri e le statistiche siano utili solo se contestualizzati e non considerati la gallina dalle uova d’oro. Ogni dato va interpretato con un metodo specifico, ma non sostituirà mai tutte le altre competenze che gli addetti ai lavori esercitano ogni giorno nel panorama calcistico.

Quali sono gli allenatori che più fanno uso dei dati? Chi glieli fornisce? Aziende?
Spesso ci si dimentica che gli allenatori hanno alle spalle un team composto da individui con compiti diversi. Negli ultimi anni, la figura dell’analista dei dati ha preso sempre più campo, soprattutto nelle società in grado economicamente di investire in questo settore. I soldi, però, non sembrano essere sufficienti. L’elemento più importante è la predisposizione di una società, di un allenatore e anche dei giocatori ad abbracciare questo nuovo modo di pensare al calcio. Società come Manchester City e Bayern Monaco sono all’avanguardia nell’uso dei dati per migliorare le prestazioni della squadra e agire sul mercato, così come quasi tutte le società ad alto livello. Anche società meno blasonate, però, si stanno attrezzando in questo senso. Il Midtijlland, in Danimarca, è considerato l’esempio principe di squadra poco ricca in grado di vincere il campionato e arrivare in Europa grazie all’uso scientifico delle statistiche. La domanda su chi fornisce i dati è molto interessante, soprattutto perché un conto è la raccolta dei dati, un’altra è l’uso che se ne fa. Principalmente, i dati sono forniti da aziende private, come Opta e Wyscout (leader nel settore dello scouting). Le società raccolgono i dati sulle proprie squadre, ma molte volte analizzano i dati con i propri analisti. Non basta, quindi, avere i numeri. Bisogna anche essere in grado di “farli parlare”.

Trattate anche il tema degli stranieri e della discriminazione nel calcio. Dopo le gaffe di Tavecchio e Sacchi, a che conclusioni siete arrivati?
Le gaffe di questo genere, così come tutte le affermazioni riguardanti gli stranieri (e gli immigrati in generale), mostrano la confusione che esiste tra i pregiudizi nel mondo del calcio e le questioni empiriche. E’ un fatto che un campionato con pochi italiani indebolisca la nazionale, oppure è semplicemente una presa di posizione a priori, non supportata dai numeri? Anche in questo caso, il metodo scientifico ci permette di avere una risposta, arrivando a conclusioni molto robuste. La multiculturalità ha effetti positivi sulle performance delle squadre, non solo sui club, ma anche sulle nazionali. Il problema del nostro campionato non sembra essere il ridotto numero di giocatori italiani in Serie A, quanto gli scarsi investimenti che vengono fatti nei settori giovanili. Gli stranieri non sono la causa, ma un effetto di un mercato del lavoro sempre più globalizzato, che nel calcio ha portato benefici sulla competitività dei campionati. Un’osservazione interessante data delle ricerche è che i giocatori italiani giocano poco all’estero. In termini di ranking FIFA, le prestazioni di una squadra nazionale i cui giocatori giocano in campionati diversi da quelli della nazionale stessa, migliorano nel tempo, come a dire che i migranti che aumentano le loro competenze in campionati più competitivi tornano nel paese di origine e hanno un effetto positivo sull’intero sistema calcio di quest’ultimo. Questo fatto, legato al nostro paese, è ancora una volta spiegato dalla scarsa visione che il calcio italiano ha nella prospettiva futura, a partire dai giovanissimi e dal sistema in generale, e dal sempre presente fenomeno della discriminazione.

Ed infine i calci di rigore. Qual è il modo migliore per batterli secondo le statistiche? Esiste una formula perfetta? Ma soprattutto cosa c’entra John Nash con i penalty?
I calci di rigore sono uno dei temi più analizzati dalla letteratura scientifica. Questo perché sono molto semplici da modellizzare e analizzare. Ovvimente, la formula perfetta è semplicissima da stabilire: tirare fortissimo angolato non permette fisicamente al portiere di raggiungere la palla. Tra il dire e il fare, però, c’è di mezzo la psicologia dei calciatori, siano essi tiratori e portieri. Diversi studi mostrano come molti fattori influenzano la buona riuscita di un apparente semplice gesto come il tiro dal dischetto. Per esempio, se si calcia per primi e si segna, si ha circa il 60 per cento di possibilità di uscire vincitori. Le percentuali realizzative di chi calcia per secondo, infatti, sono più basse. Questo è probabilmente dovuto alla pressione psicologica e alla paura di perdere. Altri elementi riguardano la rincorsa, il modo con cui si calcia e la direzione del tiro. Le statistiche mostrano, infatti, come chi tira tenda per lo più a calciare angolato, mentre i portieri sono più propensi a tuffarsi, invece che a rimanere fermi. Perché allora in pochi tirano al centro? Questo è spiegabile secondo due prospettive. Secondo la psicologia, questa è una forma di irrazionalità. Secondo l’economia, invece, questo è il risultato dell’interazione tra tiratore e portiere, e, al contrario, evidenzia una forma di razionalità. Qui entra in gioco il premio Nobel John Nash, e più in generale l’approccio della teoria dei giochi, che studia le interazioni strategiche tra agenti in competizione. Secondo la teoria di Nash, in un gioco a somma zero come il calcio di rigore, cioè dove la vittoria di un giocatore corrisponde sempre alla sconfitta dell’avversario, l’approccio ottimale è variare le proprie mosse in maniera imprevedibile, e in proporzione tale che la probabilità di vincita sia uguale per ogni mossa. E i numeri sembrano confermare proprio questa teoria. Economia e psicologia forniscono, quindi, due chiavi interessanti per studiare le mille sfumature del comportamento umano, non solo calcistico.

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Chi sono? cosa faccio? dove vado? A tutte queste domande rispondo con un bel silenzio. Diciamo che lo psicodramma è il mio terreno preferito, altrimenti che genoano sarei?! Mi piacciono i piani ben riusciti ed è per questo che opero sempre in direzione contraria. Insomma ho una predilezione per gli sconfitti, i secondi e quelli che si sbattono. Per farla breve, per i gregari. Ahimè sono un romantico e quando vinco mi sento a disagio. Per questo sono sempre all’opposizione. Ci sono 4 cose che mi mandano in visibilio: la frazione a farfalla di Pankratov, l’eleganza di uno stop di petto, il culo di Franziska van Almsick e i tackle di Paul Ince. Per il resto bevo birra.

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