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Scarsi ma belli

A volte per raccontare una storia occorre partire dal fondo. E questa è una di quelle. Ed allora a me viene in mente quel termine: agoniche. Sì perché a sentirle adesso le definirei esattamente così, eppure per noi, in quei giorni che oggi appaiono lontani, erano né più né meno le campane a morto della chiesa, quelle che ci sfioravano appena e di cui, francamente, non ce ne fregava niente. Oltre al Dio pallone cos’altro poteva contare? Per noi esisteva solo e soltanto il campetto con partite infinite giocate all’ombra della piccola chiesa, su quel prato con rari ciuffi d’erba, polveroso d’estate e tracimante di fango nei corti pomeriggi invernali, al riparo sotto il regolare suonare delle campane, colonna sonora che ha accompagnato gol, pedate, pallonate, tonnellate di parolacce e tutto il repertorio delle nostre sfide. Chi eravamo lo sappiamo benissimo. Per tutti eravamo gli Scarsi ma Belli, nomignolo frutto della tua incontenibile fantasia. Gli SMB.
Belli sì: tutti indistintamente. Io, Juri detto il Bolscevico, con la faccia da bravo ragazzo e i colori chiarissimi ereditati dalla madre Russia che mi ha dato il babbo. Tu, Alberto il Kaiser, con quegli occhi azzurri capaci d’ipnotizzare al primo sguardo le ragazzine e così elegante tra i peli d’erba del campetto da spingerci con la memoria calcistica sino ai lontanissimi (per noi) anni ’70 ed a quel libero tedesco cui hai rubato il soprannome. E poi, più di tutti a giudicare dal numero delle fidanzate vere o presunte, Antonio, il bello e dannato degli Scarsi, quello che ancora oggi chiamiamo semplicemente Osvaldo, perché per noi resta identico a Pablo Daniel, il sosia di Johnny Depp capace d’infiammare con le sue prodezze l’Olimpico giallorosso ed il San Siro nerazzurro.
Scarsi? Forse mica tanto. Il sinistro indolente ma telecomandato di Gigi, l’ardore agonistico ed i mille polmoni di Enrico, il genio irriverente del Secco e poi si cresce di livello. Si sale parecchio prima di arrivare a te Kaiser ed alla tua sfortuna calcistica capace di assumere le vesti di un’aritmia cardiaca ed infine a me, il predestinato, quello che ce l’ha fatta, che è passato dal campetto spelacchiato ai prati veri della Serie A. Proprio buffa la vita. Ci siamo tutti oggi a salutarti per l’ultima volta Kaiser e se è stupendo farlo esattamente qui dove il pallone ha saldato in modo indissolubile la nostra amicizia, è strano farlo coi visi rigati di lacrime nel campetto vicino alla chiesa, dove le lacrime scorrevano quasi quotidianamente a fiumi, ma erano l’atto finale delle nostre adolescenziali risate e dei nostri improvvisati scherzi.

Oggi si piange, si piange senza freni, perché non doveva assolutamente finire così la tua vita, la tua idea. Non ha senso che per dare finalmente un’identità alla nostra voglia di calcio popolare, tu ci abbia detto addio lungo le curve maledette di quell’autostrada assassina. Ma al destino non si comanda ed allora le mie lacrime e quelle dei tuoi amici, così gravide di bei ricordi ed immenso dolore in questa giornata infernale, cementeranno in modo ancor più forte il nostro sogno.

Già i nostri sogni. Accidenti se ce ne siamo regalati.

«Bolsce, ma quando ti faranno la figurina sull’album i tuoi occhietti saranno esattamente a cuoricino così come quando ammiri la mia sorellina?».
Restano queste le parole che mai mi faranno dimenticarti Kaiser, perché qua dentro c’è quasi tutta la mia vita. C’è il calcio e la fortuna d’aver cominciato con voi al campetto e di essere riuscito in pochi anni a realizzare il sogno di diventare calciatore vero arrivando in A; e c’è lei, Valentina, la tua stupenda sorellina, quella che mi faceva tremare le gambe quando te la portavi dietro e veniva a vedere con le altre bimbe del paese quegli scalmanati degli Scarsi ma Belli. Lei rimane l’eredità che hai deciso di lasciarmi, resta un’altra delle mie fortune più grandi anche oggi, a distanza di anni da quei lontani giorni spensierati, stella gemella cui orbito attorno e cui resto attratto in una maniera così importante che solo la parola amore può dare una spiegazione logica a tale magnetismo.

Calcio professionistico, Valentina e poi il nostro sogno Kaiser. Quanti anni sono passati ormai? Tre se la memoria non m’inganna.

«Bolsce, ora che il prossimo anno te ne vai a giocare in A, quella cosa lì la mettiamo in piedi davvero ok?».

«Kaiser, ti ho detto di sì! Non mi stressare più!». Le risate e la solita birra sono bastate per suggellare il patto, per buttar giù il primo concreto mattoncino in vista della costruzione di quella cosa lì.
Mi sentivo invincibile ed indistruttibile. Mi sentivo il ragazzo fortunato che null’altro avrebbe potuto chiedere. Giocavo a Livorno, la piazza che ho amato più di tutte per quelle sfumature politico-calcistiche che rendono la città degli amaranto così unica nel suo genere, in un campionato cadetto di vertice vissuto finalmente da titolare e con sogni di promozione in A più che concreti. Vivevo i primi mesi di convivenza con la Vale ed ogni nostro selfie tradiva i miei perenni occhi a cuoricino.  E da ultimo, ma non per ultimo, mi battevo nella voglia irrefrenabile da parte nostra, Kaiser, di regalare un senso di continuità agli Scarsi ma Belli.

«Saremo un po’ Athletic Bilbao e tanto tanto naif. Saremo il calcio popolare, quello genuino, quello che riesce a passare dal campetto ad un campionato vero e proprio. Il tutto nel segno dell’integrazione e dei valori sociali», e quando parlavi così, allora erano i tuoi di occhietti a divenire luminosi come quelli di un innamorato.

«Certo Kaiser – sorridevo soddisfatto – però poi col cavolo che la domenica sera mi verrai a parlare d’integrazione e solidarietà se in campo poche ore prima ci hanno asfaltato».

Che poi mica ci credevo veramente a queste cose. Tu, Alberto, eri l’imperatore non solo perché eri elegante come Beckenbauer. Tu eri in ogni circostanza un gradino sopra tutti gli altri. Giocare sì, vincere magari, ma per te nulla è mai stato più importante dell’amicizia, del gruppo che sei riuscito a costruire prima ed a legare per sempre poi; della pizzata post partita e di tutto quello che portava in sé, di quei pochi ma irrinunciabili valori che ti portavi dietro anche quando, ad appena sei anni in prima elementare, hai fatto irruzione nel mio mondo. Ed allora sicuramente sarebbe andata così come mi dicesti quella sera, indipendentemente dal risultato sul campo. Per te l’essenziale era costruire attorno al nucleo storico degli SMB, ormai non più ragazzini ma pur sempre follemente innamorati dello sport più bello del mondo, una pseudo squadra in cui raccogliere chi, come noi, crede che essere dell’est, arabo o di colore, sia esattamente uguale ad essere italiano, cattolico o bianco slavato come me, che essere è meglio che avere e che il collettivo, anche se espresso semplicemente attraverso undici uomini sudati in pantaloncini e maglietta (rigorosamente rossa stile C.C.C.P.), è decisamente meglio del singolo.    

Dopo poche settimane da quel primo mattoncino, il seme cresceva eccome. Mentre con gli amaranto mi issavo verso la massima serie, non troppo distante da me, ti impegnavi sempre di più per rendere reale ciò che ormai volevamo fortissimamente. La classica partita a calcetto settimanale versione all inclusive con tanto di doccia, pizza, birra e gli amici di una vita non ti bastava più. La cosa stupenda di quei mesi è quello che sei riuscito a trasmetterci col tuo entusiasmo e positività. Da troppo poco tempo mi trovavo catapultato in un mondo molto diverso da quello in cui avevo camminato al tuo fianco da sempre o quasi; ero passato in pochissimi anni dal campetto a stadi sempre più importanti, avevo avuto la fortuna di cominciare a guadagnare più di quanto mi consentisse di poter rendere concreti tutti i sogni fantasticati con la mia “stella gemella”, eppure con le tue parole ed i tuoi progetti, restavi l’unico in grado di tenermi ancorato al nostro mondo fatto di risate, scherzi, palloni logori ed amicizia indissolubile. Stavi apparecchiando la tavola per noi. Tramutavi i sogni in idee e le idee in qualcosa di concreto e mai lasciavi trasparire quei momenti di scoraggiamento che inevitabilmente un progetto così ambizioso portava con sé.

«Fate come vi pare ma questa squadra non avrà altro Mister che il sottoscritto!»

«Kaiser scordatelo - ironizzavo con lui ed i ragazzi durante la cena offerta ormai esattamente un anno fa per immortalare l’esordio in A – non distingui un 3-4-1-2 da un banalissimo 4-4-2 e vuoi fare l’allenatore? Accontentati di fare il dirigente accompagnatore, Alberto. Il Mister ci deve capire di calcio e tu francamente…».
Era questa la giusta dose di ilarità quando tutto s’andava a complicarsi per la questione campo. La rosa? Più o meno fatta grazie ai soliti di sempre (e chi ci rinuncia ai gol di Osvaldo o alle invenzioni del Secco) e agli altri ragazzi che, come noi, avevano nel frattempo sposato integralmente il nostro progetto di calcio popolare. Il campionato da disputare? Inevitabilmente Terza Categoria Toscana, ossia il gradino più basso con la malcelata ambizione di provare a salire più in alto. La divisa e tutto il resto del materiale tecnico? In questo caso il mio ingaggio da prof aiutava eccome e poi l’inevitabile autofinanziamento con le serate sociali che sarebbero state periodicamente organizzate. Ma il vero nodo da sciogliere restava il campo.

«Pensa come sarebbe bello riadattare il campetto per giocarci 11 contro 11». 

Senza esagerare credo che questa frase te l’avrò sentita dire un centinaio di volte in quei mesi. Ma questo sì che era destinato a restare un sogno impossibile. Il nostro campetto nulla era di più che un rettangolo spelacchiato di 30X20 e pensare di adeguarlo alle nostre esigenze era improponibile. Oltretutto negli anni s’era spopolato. Là dove erano nate, all’ombra del campanile e col pallone tra i piedi, amicizie eterne ed amori più o meno duraturi con le ragazze che passavano lì i loro pomeriggi, adesso non c’era quasi più nessuna attività e quei pochi che ancora osavano frequentare il nostro tempio, il più delle volte li vedevi stanchi ed annoiati col loro telefonino last generation in mano. E pensavo che quei tempi non sarebbero più tornati, che la nostra semplicità e la voglia di stare insieme per il solo gusto di condividere i rispettivi momenti liberi con la scusa del calcio, non sarebbero mai più rivissuti. L’ultimo tassello del puzzle lo incantrasti ad inizio primavera Kaiser. Dopo settimane di incertezze e col timore concreto che tutto potesse saltare per questo introvabile campo, ecco che finalmente si aprì anche l’ultima porta. L’incontro con Eugenio (Eugy) e gli altri ragazzi del volontariato non poteva non avvenire. Come mi ricordavi sempre per tranquillizzarmi: «tutto Bolsce è già scritto, gli Scarsi giocheranno».

Era ormai quasi fatta per il mio passaggio all’Inter nella stagione successiva, dopo aver brillato un campionato intero contribuendo a quella che di lì a poco sarebbe divenuta un’entusiasmante salvezza per il Livorno. Dentro di me la gioia per le prospettive calcistiche che mi si paravano davanti era incontenibile e però la contentezza che provai dopo quella telefonata resterà inarrivabile.

«Juri ce l’abbiamo, abbiamo il nostro stadio!», ti sentivo esplodere il cuore dall’emozione anche se eravamo distanti: tu a rendere grande il sogno degli SMB ed io a passeggio sulla terrazza Mascagni, mano nella mano con la Vale fantasticando davanti ad un bellissimo tramonto sul futuro prossimo assieme a lei a Milano.

«Non ringrazieremo mai abbastanza Eugy. Lui ed alcuni dei ragazzi che ospitano da mesi si stanno facendo un mazzo così per rendere presentabile il Central».

Era successo che tra i mille contatti che il Kaiser intratteneva in quel periodo per pubblicizzare nel miglior modo possibile l’idea di calcio popolare degli Scarsi, uno si rivelò particolarmente fruttifero. Eugenio gestiva quasi da solo un piccolo centro di accoglienza non troppo lontano dai nostri ritrovi abituali. Umbro, solare e paurosamente coinvolgente, colse l’occasione al volo d’infilare sé stesso ed i suoi ospiti nella nostra appassionata rincorsa al calcio vero. Per circa un mese quei ragazzi fuggiti senza nulla o quasi dalle loro terre ed alla ricerca anch’essi di progetti futuri, s’impegnarono per portare a nuova vita l’ormai dimenticato da tutti Central, ossia quello che era stato anni addietro un piccolo ma pur sempre dignitoso campo da calcio. Ce l’avevamo fatta finalmente. Oltretutto nel miglior modo possibile secondo la nostra ideologia, fatta di gioco sì ma anche e sempre d’integrazione. Il rettangolo verde dove ammirare le gesta future degli Scarsi era cosa fatta e con esso pure l’ingresso in squadra di alcuni stranieri meno fortunati di noi, ma esageratamente vogliosi di indossare la nostra maglia rossa.

Solo una settimana abbondante al fischio d’inizio, Kaiser. Tra un paio di domeniche sarete impegnati nell’esordio in Coppa Toscana. Primo appuntamento ufficiale e comunque vada, sarà un successo! Pochi giorni fa ti ho chiamato.

«Alberto corri su dai. Organizziamo una serata qua a Milano con alcuni amici che contano, li esponiamo il nostro progetto e sicuramente qualcosa ne ricaviamo».

Non avevo dovuto insistere. Lunedì pomeriggio mi hai raggiunto nel nuovo nido milanese ed eri rimasto piacevolmente contento nel vedere come la tua sorellina conoscesse già a perfezione ogni vetrina dell’infinito corso Buenos Aires dove abitavamo. Le dicesti che sembrava nata e cresciuta da sempre laggiù e lei ti sorrideva mostrandoti con gli occhi quanto le piacesse la nuova vita. Apericena, quattro chiacchiere per provare ad esportare sin lassù il progetto Scarsi e poi di corsa, via autostrada, il tuo ritorno verso casa. Tra pochissimi giorni avresti esordito in panchina. Era piena notte quando la notizia mi ha investito. Tua mamma e la sua telefonata alla Vale, le urla ed i no infiniti, un senso di vuoto e di disperazione come mai avrei pensato potesse esistere.   

Ed adesso torniamo alla fine, alle agoniche campane.

Oggi siamo qua Alberto, a soli due e ripeto soli due giorni dalla realizzazione del tuo, del nostro sogno. E le parole pronunciate poco fa da Valentina in chiesa, quell’accorato “sai che ci saremo perché sappiamo che te ci sei”, diventeranno la linfa vitale capaci di spingerci avanti, di trasformare quei pochi ragazzi innamorati del pallone e dell’aria aperta come te, in un qualcosa di duraturo. E non si tratterà solo e semplicemente di giocare domenica dopo domenica nel tuo ricordo Kaiser, ma sarà la consapevolezza che unire è possibile e che i sorrisi (i tuoi) sono come semi in grado di costruire il bello del mondo.

di Juri Saettini