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Pertini

I ricordi della famosa età dell’oro li teniamo tutti gelosamente conservati nella memoria delle cose felici. Generalmente riguardano quegli anni che si accomodano, spesso senza nessun rimpianto, fra l’età scolare e la pre-adolescenza. Se il mondo esterno non influisce in maniera negativa, si tratta di quel periodo in cui la percentuale più grande del tempo a disposizione si spende ad orchestrare giochi, sognare sfide e aspettare fiduciosi il domani che arriverà sereno. Noi, a Sestri Ponente e nel borgo anni’70 di via Arrivabene 12, abbiamo avuto chi più e chi meno un’infanzia felice e i ricordi della piazzetta fanno parte di quella galleria serena che da adulti si sfoglia sempre con il sorriso nostalgico sulle labbra. Un episodio, però, rimane vivido e capace di stagliarsi su tutti gli altri, ed ecco che vale oggi la pena di tornare a raccontarlo.

Ricordo quel luogo dove ci incontravamo tutte le mattine da giugno a settembre, il quale altro non era se non un largo improvvisato fra due rampe di accesso ad altrettanti ampi parcheggi. Ripido, doloroso e con una buona parte dell’autoproclamato campetto addirittura in curva a salire il cui fondo si opponeva, duro e menefreghista, alle nostre cadute come solo l’asfalto dei decenni passati può essere in grado di risultare. Penso ancor oggi che unicamente un bambino di sei anni potesse (e può) immaginarsi in quel trapezio scomodo e disonesto un perimetro ideale per giocare a pallone. L’immaginazione, giustamente, non mancava a me, a Luca e a Luigi in quel quartiere mediamente popolare o quasi borghese dove vivevamo a cavallo fra gli edonistici anni ’80 e i nervosi ‘90 di là a venire. Eravamo gli unici tre bambini della stessa leva in un agglomerato di case che contava molti, moltissimi anziani, e una buona presenza di coppie appena sposate. Avevamo inoltre l’obbligo di fare di necessità virtù, in quanto quello spazio chiaramente inadatto a qualsivoglia sport rimaneva di fatto l’unico Spazio nel raggio operativo concessoci dai nostri genitori. Lì, allora, ci vedevamo tutte le mattine d’estate per praticare il futbol popolare in ogni sua accezione disponibile per i ragazzini d’ogni epoca in cui il calcio è esistito: l’emulazione dei campioni, l’americana, l’olandese ed altri giuochi più o meno originali. Nessuno di noi era un campione né lo sarebbe diventato. Al massimo ricoprivamo per un’ora o un giorno i ruoli di Vierchowood, di Aguilera o del non perfetto Bistazzoni. Però ci divertivamo, sempre e tanto. Ovviamente non era tutto rose e fiori, perché qualcuno a presentarci qualche sorta di conto spuntava sempre. Poteva essere la sigla de Il pranzo è servito sparata a tutto volume dalle finestre dei condomini tutt’attorno, vera e propria sirena d’avviso che interrompeva anche la più promettente delle azioni obbligandoci a tornare a casa per sederci a tavola all’ora convenuta dalle mamme; oppure poteva essere la maledetta vicina del giardino al 12B, la quale catturava invisibile ogni pallone caduto nei suoi possedimenti per poi adattarci degli antiestetici portavasi per le sue piante morenti; ancora, la tragedia poteva manifestarsi tramite l’ennesimo super-tele deformato da un calcio troppo violento o dal sole troppo leonino, con l’unico risultato di rosicchiare le nostre magre finanze esistenti grazie alle paghette elargite dai genitori.
Scartando questi inconvenienti, comunque posti dal destino sul nostro sentiero per diventare uomini in maniera del tutto pedagogica, trascorrevamo serenamente le nostre stagioni dorate. Ci fu però un giorno in cui le cose andarono diversamente perché molto di quello che gli adulti chiamano “insegnamento” ci si manifestò davanti in un’unica, calda e disabitata giornata di fine luglio. Quella volta incontrammo sia gli orchi, sia un salvatore duro e puro facendo sì che da quel giorno la leggenda camminasse con noi negli anni a venire e fino al presente che vi sto raccontando.

L’anno di questa storia breve, il 1987. Probabilmente era già sera, intorno alle 21, perché l’imbrunire stava faticosamente sconfiggendo la luce di quelle giornate infinite che la Liguria sfoggia apparentemente senza soluzione di continuità nella bella stagione. Noi, instancabili, stavamo ancora e ancora provando a simulare quell’azione che avevamo probabilmente rivisto alla televisione il giorno prima, riadattata da un cartone animato giapponese. Ricordo, come fosse ora, quel tiro prepotente scagliato forse da Luigi e sbattuto contro la parete di cemento che ci faceva da porta. Poi, una parabola imprendibile dovuta all’urto e quella Renault 5 Alpine ferma a dieci metri da noi. Immobile o quasi mossa da un respiro calmo d’attesa. Rivedo oggi nella mia mente la palla che veloce rimbalza verso le portiere di quella macchina misteriosa per poi incastrarsi magicamente tra il parafango e la ruota posteriore. L’affronto che allora uscì da quell’auto si materializzò in forma di uno-di-tre energumeni pelosi e maleducati che, sgorgando fuori dal bolide proletario, prese il nostro gioco e con uno sputo colloso ci salutò deridendoci all’infinito. Noi bambini, noi sfortunati ma iracondi bambini rimanemmo scossi dai brividi portati dall’ingiustizia, fermi a contemplare quell’orrida scena violenta oltre ogni dire per le nostre giovanissime coscienze. Non per molto, comunque: la voglia di rivalsa ci spinse a correre dalla parte opposta quel mezzo, che già odiavamo profondamente, con l’intento di andar loro a tagliar la strada ed eravamo dritti sull’obiettivo ancor prima che il motore avesse iniziato a muovere i pneumatici. Corremmo lungo quel terreno scosceso che fungeva da scorciatoia verso la strada che i manigoldi avrebbero preso per uscire dal quartiere. Smargiassi, ci posizionammo nel mezzo della via, come un muro tutt’altro che invalicabile ma, perlomeno, deciso a non spostarsi. La Renault si fermò nervosa e questa volta, lasciando i due amici affidati alla sicurezza del freno a mano, scese l’autista che davvero si rivelò identico al passeggero di poc’anzi. Fece due passi verso di noi, senza smettere di ridere tossendo neppure un istante e con un’unica manata ci spostò ribaltandoci oltre il ciglio della strada. Quando riaprimmo gli occhi, stavamo già guardando la targa posteriore che sculettava verso il sole del tramonto.

Come ben sappiamo, non tutte le storie hanno una brutta fine. A ben guardare, in quel sole incandescente, c’era una figura curva che stava risalendo la strada in direzione ostinata e contraria all’Alpine. Noi la vedemmo quasi subito mentre coloro che ci avevano appena sottratto il premio rischiarono l’omicidio riuscendo ad inchiodare solo all’ultimo istante. Sbalorditi, ci tirammo in piedi proprio mentre il clacson e le bestemmie iniziavano a saturare l’aria tutt’intorno. L’anziano, che andava lento lento in quella sera d’estate, continuava però la sua risalita senza spostarsi dalla linea di mezzeria. Fiero, nonostante la schiena curva su quel bastone nodoso che sembrava guidarlo verso il prossimo passo e all’apparenza risoluto nel bloccare la fuga a quell’auto grigia e rumorosa. Il terzetto lurido non aspettò molto prima di dare in escandescenze e, pochi istanti dopo l’ennesima sfuriata cacofonica, di nuovo il passeggero con la palla sotto braccio mise i suoi Camperos fuori dall’abitacolo. Con un solo passo si trovò di fronte al vecchio e, arrabbiato ma felice, iniziò il gesto che prima il suo socio aveva osato per metterci fuori combattimento.
Noi, nel frattempo, avevamo guadagnato una posizione che ci rivelasse la scena in tutta la sua possibile chiarezza, senza il bagliore del tramonto ad oscurarci la visuale. Fu allora che l’imponderabile accadde. L’anziano, da dietro i suoi occhiali scuri, non mutò neppure un secondo la sua espressione nascosta dietro la più voluminosa delle pipe, mentre il braccio, lesto in contrasto con la figura stanca, stava già assestando con inaudita forza un colpo di bastone fra la tempia e lo zigomo destro del malcapitato gradasso.

Fra il dolore e l’urlo non passò lo spazio di un pensiero: «Io son partigiano, luridi fascisti, e adesso vi rompo la schiena!» facendo al contempo avanzare l’altro pugno minaccioso verso il finestrino dell’auto. L’uomo con i Camperos, dolorante e sconfitto, rimontò sul sedile quasi guaendo. Una comparsa così fiera non si può combattere, pensarono i tre che forse inconsciamente avevano già riconosciuto il personaggio. Noi, bambini di stirpe comunista e talvolta socialista, eravamo già nel sogno: mentre l’auto sgommava via con le pive nel sacco, il presidente Pertini stava riconsegnandoci il pallone rubato. Sembrava essere tornato il nonno qualunque in visita ad un vecchio compagno d’armi, eppure ci guardò ad uno ad uno come fossimo uno soltanto per poi dire: «Guardatevi dai fascisti, sempre attenti». Poi riprese il centro della strada e della scena e, tornando ad essere lento e curvo, riannodò la rotta diretta verso il civico 12E dove lo aspettava il suo amico per una partita, probabilmente infinita, a cirulla. Girato l’angolo, non lo rivedemmo più se non nei nostri sogni di bambini e poi di adulti.

Per noi Pertini è stato il salvatore del gioco e della purezza dell’infanzia, un paladino assoluto dei più deboli di fronte all’ingiustizia ed un maestro per le virtù future. Insostituibile da qualsiasi super eroe. Anche se non era proprio lui, ha fatto più cose importanti quel giorno di tutti i presidenti delle repubbliche di ogni nazione.
Viva Pertini!

di Pierpaolo Cozzolino