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Il giorno in cui ti portarono via

La palla correva, rimbalzava e si portava dietro i piccoli sassolini di quella strada scalcinata. Sia ben chiaro: chi aveva steso l’asfalto aveva previsto tutto: macchine rumorose e pedoni affrettati il giorno, spazzini sbadiglianti e lunghe ore di silenzio la notte. Ma non avrebbe mai potuto immaginare, neanche per un istante, che lì, sì proprio lì, quell’asfalto ghiaioso sarebbe diventato un soffice manto erboso per folli bambini dai piedi irrequieti. E con balconi trasformati in gradinate e pubblico mai uguale. Uno contro uno, due contro due, tre contro tre: non era importante il numero. L’importante era giocare. E poi ricominciare. Pari o dispari? E via un altro giro, un’altra corsa affannata dietro a un pallone che rotolava ribelle sotto le macchine, che non si lasciava controllare e che finiva dritto in quella che si chiamava porta. Due cassonetti che, accostati, formavano una traversa adatta per le altezze e che ad ogni tiro che andava a segno risuonava come un gong che copriva le urla. Una sola la regola: vietato usare le mani. E forse era per questo che le ginocchia e le tibie avevano tanti graffi e sbucciature.

Guardavo fisso davanti a me. Quella cosa rotonda era il mio mappamondo, piccola bussola per un cuore naufrago nelle vie della città. Non era la maestra, per fortuna, quella vecchia acida a fine carriera che ormai viveva a scuola da trent’anni. E per fortuna non era neanche come stare a casa. Sì, gli sguardi preoccupati e silenziosi di mamma e papà. Che avevano sempre da stare zitti? Perché non parlavano? Boh, so solo che mamma stava a casa dalla mattina alla sera e papà il contrario, usciva di mattina presto e tornava quando ci si metteva a cena. Prendere a calci qualsiasi cosa rotolasse per terra era un bel passatempo, ma un calciatore non gioca da solo le partite. Che potevo farci? Parlavo calciando.

«La vuoi far finita che mi rompi la sedia se continui così? Basta! Basta! Basta».

E via in camera, sul letto. A sognare San Siro, di gonfiare la rete e mettere la mano vicino all’orecchio, con la schiena coperta di brividi e il boato che era come una canzone.

Una maglia rossonera con dentro un bambino svolazzava sull’asfalto del quartiere. Il numero nove che portava stampato addosso era di un bianco candido, visibile. E il nome, quel nome, che a pronunciarlo sembrava quasi di esultare per un gol. L’obiettivo era sempre e solo uno, prendere la palla e schiaffarla in porta, evitando entratacce e rincorse grintose degli altri giocatori, amici per cui la partita aveva un’importanza quotidiana che nasceva e finiva dentro quel rettangolo di gioco inventato, immaginato. Molte erano le distrazioni e numerosi gli avversari. Spesso si assisteva a invasioni di campo, come quelle della vecchia Panda bianca del signore baffuto, che faceva irruzione proprio nel mezzo del gioco: «maledetti, adesso la prendo e ve la buco». E i giocatori: «no, non è possibile, era gol quello». Oppure, quando arrivava l’altro gruppo, bisognava riorganizzare il pomeriggio e la velocità nel farlo andava di pari passo alla voglia, matta, di continuare a prendere a calci la palla.  

«Hai visto che roba? Se n’è andato, il tuo campione». Così, provocatorio, papà annunciava quella notizia che per me aveva il sapore della tragedia. Diciamo che il nuovo millennio si presentava tragicamente se il destino mi aveva già riservato di vedere il mio idolo con quella maglia blu, troppo accesa. Il telegiornale, impietoso, mostrava la presentazione alla nuova squadra, i sorrisi, gli abbracci, in quel paese così lontano, un altro pianeta. Odiavo il blu, era il colore dei ladri, degli assassini, era colpa del blu se c’era così tanta violenza nel mondo. Difficile reagire, trovare un modo per continuare a scendere in strada con la sua maglia che aveva quei colori così perfetti. Quel giorno ci fu una grande partita, che sarà ricordata nella Storia come un momento di altissimo calcio di strada. Le squadre erano equilibrate, certo, i giocatori si conoscevano a memoria e la distribuzione era splendidamente organizzata dai capitani di turno. Urla, sudore, pallonate sul petto da togliere il fiato per qualche secondo e una punizione. Palla posizionata e il piede d’appoggio a raschiare l’asfalto. Un tiro. E poi un’altra botta alla macchina che si trovava proprio di fianco alla porta-cassonetto. Una sorta di raccattapalle immobile. Ma non c’era il tempo per riflettere, la partita continuava. Una ripartenza veloce spingeva il piccoletto sulla fascia, stava per metterla dentro quando…scrooooschh. Tutti si girarono verso il portiere che, con una buffa faccia da afflitto, si risvegliava zuppo dalla testa ai piedi. E fu così che la secchiata anonima segnò la fine del primo tempo regolamentare.

L’unica cosa che mi restava da fare era ricordare, come se me l’avessero portato via per sempre. Lo stadio vuoto, quel cielo grigio e io, davanti alla televisione, un po’ triste, quasi con la voglia di tornare a scuola. Le domeniche senza lo stesso sapore, la stessa emozione di quando lo guardavo segnare, segnare e poi ancora segnare. E poi correre saltellando, con un sorriso gigante che sapeva di aver raggiunto l’obiettivo. E io anche, iniziavo a correre, esultando tra il divano e la cucina. Avevamo l’ossessione per la rete gonfia. A me invece la palla, quando segnavo, tornava sempre indietro. Il muretto la respingeva sempre, come a dire: riprova. E io a sperare che si fermasse tra le felpe, prima o poi.

Ieri mi hanno regalato una palla nuova, non vedo l’ora di farla rimbalzare. Sicuro partirà una rigorata, una tedesca, che ne so un tutti contro tutti, le Olimpiadi.

Intanto mi alleno in sala: collo, ginocchio, testa e poi di nuovo, testa, ginocchio, collo. Il mister lo ripeteva spesso: «ah, se volete migliorare la tecnica, vi tocca». E ci si esercitava in casa ma, soprattutto, per strada. Il luogo ideale. Però i palleggi duravano un istante, la palla andava condivisa, bisognava giocare. Infatti, anche quella giornata si era trasformata in una sfida che nessuno, ma proprio nessuno, voleva perdere. Particolarità del pomeriggio: giocava anche Artù, il cane randagio. Artù, più o meno, pesava come i giocatori ed era conosciuto per alcune sue doti tecniche: sapeva colpire di muso, al volo, una sponda perfetta, acrobatica. Altre volte, invece, occupava beatamente il campo e trotterellava mentre attorno volavano lanci, gol, colpi di testa e ogni tanto qualcuno finiva per terra. Quel giorno, per esempio, Artù seguiva la corsa felice del goleador che esultava stendendo le braccia lateralmente e che faceva finta di planare. Un volo emozionante tra i palazzi, con un passeggero d’eccezione.

Ricordo benissimo quella domenica di maggio. Era l’anno scorso. Forse a Torino faceva più freddo ma da me già sembrava estate. Però niente da fare, sono rimasto incollato davanti alla televisione. Ti guardavo mentre anticipavi Peruzzi, di testa, e la palla rimbalzava verso la rete. Uno a zero. Oppure mentre, nel secondo tempo, ti smarcavi al limite dell’area e Boban ti dava una palla perfetta. Tu facevi quello che sapevi fare benissimo: stop di petto e tiro di collo. Neanche a dirlo, gol. Che gioia il giorno dopo in classe, avresti dovuto vedere le facce dei miei amici juventini. Poi ricordo, all’uscita da scuola, la Gazzetta dello Sport parlava di te e di un sogno. Io sentivo di farne parte.

La partita, iniziata da un tempo indefinito, proseguiva come se non dovesse finire mai. Ci furono così tanti calci di rigore battuti che il muro, un tempo bianco, era diventato un mosaico di palloni stampati. Il portiere doveva aver avuto un gran coraggio. Nelle cucine che circondavano il campo, alcune signore, ormai anziane, avevano iniziato a muovere le braccia tra i fornelli e l’aria in strada si faceva sempre più densa. Una distrazione notevole per i piccoli calciatori, ma si trattava anche di un annuncio. Presto, il sole, e con lui le squadre, avrebbe lasciato spazio a dei lampioni rossastri che si accendevano quando non se ne sentiva più il bisogno. Intanto però si continuava a giocare: un gol e poi un altro e poi un altro ancora. Fino a quando la partenza del giocatore più rispettoso degli orari costrinse il gruppo a ripiegare sulla tedesca. Tutti lo speravano in fondo. Un gioco inventato per essere praticato in strada, il ritmo era più intenso, più frequenti gli imprevisti e altissimo il godimento per l’eliminazione. Palleggio, sponda, la torre e rete. Meno 4, urlavano, e ciascuno contava nella sua testa il punteggio del portiere, con la paura di diventare vittima della cosiddetta bastardissima: una regola tramandata dagli antenati per cui il portiere, arrivato all’ultimo punto, per non essere eliminato poteva liberamente lanciare la palla e colpire qualsiasi giocatore, con la speranza di mandarlo in porta e vendicarsi. Non sempre la regola era applicabile, infatti spesso i giocatori si fiondavano dentro la porta, annullando le possibilità del portiere che, sconsolato, lasciava la palla a terra.

Proprio durante un tentativo di salvarsi, tra le urla e gli schiamazzi generali, qualcuno era finito a terra. E quindi grandi risate, succedeva spesso, ma anche un po’ di preoccupazione visto che continuava a lamentarsi toccandosi la gamba. Era un altro classico: il ginocchio rosso fuoco gettava del sangue e la compagnia osservava la gamba del malcapitato, provando sensazioni tra lo schifo e la paura.

Venne ripreso il gioco e si accorsero che stava facendo buio. Nessuno trovava più la palla, finita nel frattempo chissà dove. Iniziarono a cercare sotto le macchine, dietro il giardino della vecchietta, tra le siepi, lungo la strada. Sospettarono uno scherzo del solito burlone. Niente, sembrava scomparsa. A un certo punto si udì il rumore sottile di zampe sull’asfalto, era Artù, che con la palla tra i denti, o almeno quello che restava, passò davanti al gruppo che lo guardò incredulo.

Nessuno osò muovere un dito e si limitarono a osservare il cane che, spensieratamente, se ne andava verso la città per la sua passeggiata notturna.

di Francesco Mazzanti