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Il gioco alla deriva

Cammina a passo svelto sul vasto prato. Il taglio accurato dell’erba rende la sensazione di camminare su un soffice tappeto. Da lontano sembra proprio un campo. Una distesa verde, uno spazio liscio, se guardato a distanza; ma leggermente irregolare ad uno sguardo più approfondito. Continua a camminare con lo sguardo fisso in avanti, lasciando scivolare il prato nella parte inferiore del campo visivo e non concentrandosi sulle irregolarità del terreno. La direzione dello sguardo è inclinata leggermente verso l’alto, il campo visivo include il confine estremo del prato e lo supera altrove. Un alito di vento incontra il suo viso, scivolando sul mento e rinfrescando, gentile, il collo e le spalle. Ringrazia dentro di sé il clima mite di quella terra, ringrazia di essere lì, in quel momento. Questo era l’esercizio consigliato da Carlo, aveva deciso di dargli solo una possibilità, che già era pure troppo.

«Oggi ti ho visto un po’ giù. Ma è normale, dai che la stagione è finita. É stato un anno pesante, lo so. Il calcio è diventato questo ora: siamo delle macchine, ma ormai che vuoi farci? Quando giocavo e non ce la facevo più, io…».

Certo che a fidarsi di Carlo non si sapeva mai cosa aspettarsi. Eppure qualcosa da insegnare l’aveva in materia di stress e pressione, per così dire, sportiva. E poi lui non era mica un esordiente. E su una cosa non aveva dubbi: sempre meglio Carlo, che mental coach, motivatori e compagnia cantante. Al diciottesimo anno di carriera più di un segnale lo obbligava ormai ad assecondare il proprio corpo. Carletto aveva un sacco di esperienza nell’ambiente. A vederlo, non gli avresti dato un bocco di fiducia, come avrebbe detto lui. In realtà lavorava in quel mondo praticamente da sempre. Negli anni Settanta lavorava ai piani alti, in Federazione, e poi quel contatto a Roma, e il grande palcoscenico.
«Ah, la Lazio di quegli anni – ripeteva spesso con voce sognante – quelle sì che erano società, ma già gli anni d’oro erano finiti».  
Da anni era un personaggio importante nel club, come ne aveva già incontrati tanti nella sua carriera: «i dirigenti di provincia sono i migliori – una delle frasi fatte nei discorsi con i colleghi calciatori – guarda Carletto: unica nota positiva in questa stagione di merda». Eh, Carletto. Ci mancherebbe: «vedi che neanche noi eravamo preparati, eh! A tutto quello che è successo, dico. Ma quale calo fisico! É mentale. Ascolta, fai come ti dico».

Era F. a tenere banco in spogliatoio. Raccontava sempre, col suo accento romagnolo, me lo ho raccontato il Zanni eh!, di quando lavorava in serie A, negli anni ’70, Giorgione che entrava nello spogliatoio a braccetto con i compari, una cassa di birra e insulti a destra e a manca. Carletto lo sapeva bene, e annuiva sogghignando a certi discorsi, con l’aria di chi la sa lunga, di chi le ha vissute certe cose. Di chi c’era mentre la Storia si faceva. All’epoca era agli inizi, ed erano anni dove non si diceva manco «ah!» se ad uno degli atleti gli partiva la brocca e sfondava lo spogliatoio a revolverate. E tutti giù a ridere: «eh che paraculo il Zanni eh! Ah, beato lui ad esserci nato vent’anni fa, lo sai che delirio si faceva! Ti facevamo impazzire eh, Carletto! Quando ancora il calcio non era sta merda qua che è oggi!».

Bisognava riconoscere una cosa a Carletto: ci sapeva fare con i calciatori. E forse, a giudicare dal benessere che provava in quel momento, sapeva bene anche altre cose. «Ti devi divertire oh, se non ti diverti qui finisce che ti ammali! Così non mi duri tanto, eh?!».

Sapeva bene che Carletto non offriva consigli disinteressati. Aveva ormai imparato a riconoscere, dietro quell’aria paciosa, la voglia di contare qualcosa negli equilibri della squadra, di dire la propria sulla posta in gioco e, se possibile, cambiare le carte in tavola. La stagione non era finita, ma le loro sorti erano già scritte. Chi, come Carlo, lo aveva capito, stava provando disperatamente a raccogliere gli ultimi spicci prima di fare fagotto.
«Tanto lo sapevate dall’inizio, qui a fine stagione. Caput, eh! E ci dispiace tanto a tutti, ma ve l’abbiamo detto, qui non ci sta più niente! Eh lo sapete ragazzi, il calcio è fatto a scale, come la vita».
La società assente, i tifosi in contestazione da mesi. In più di un’occasione i giocatori avevano rischiato di prenderle, ché alcuni tifosi avrebbero voluto dargli una lezione per la stagione di merda che avevano regalato.
«Che se non me tenevate li spaccavo quei quattro sfigati ma come se permette un coglione come quello, guarda, vorrei veder loro in mezzo al campo. Ma fanno un tifo demmerda, mosci, sò 4 sfigati eddai».
Quella vicenda era anche riuscita nel miracolo di avvicinare alla squadra la stampa locale, che per tutta la stagione li aveva puntualmente massacrati per le prestazioni ridicole.

I pensieri lo sfioravano mentre giungeva quasi al termine del prato. Lo sguardo ostinatamente avanti, con il mento leggermente all’insù. Alla deriva. «Lasciati andare – gli aveva detto Carlo – vai in un posto tranquillo, cioè un posto in cui ti senti tranquillo, un posto tuo, che ti senti tuo, capito?». La sua faccia stupita, un po’ incredula, doveva ben esprimere lo straniamento che provava alla fine di quell’allenamento. «E mi raccomando, tieniti pronto per sabato eh, mi raccomando sabato».

Sabato. Non avrebbe dovuto fare altro che lasciar scorrere i novanta minuti. Ci era già riuscito altre volte. «Devi pensare ad altro, devi essere altrove, ti devi estraniare dalla partita. Il che non vuol dire che non la devi giocare. Non è facile da spiegare – diceva sempre Carlo ai più giovani – ma vedrete che una volta lì in mezzo sarà tutto normale, ti viene naturale».

Paradossalmente, “l’importante è partecipare”, calzava a pennello: «devi essere in mezzo al campo, non per giocare con gli avversari, ma con te stesso. Su te stesso. Devi essere tipo i wrestler, deve sembrare una competizione, bisogna rappresentare l’agonismo. Simularlo. In realtà è semplice intrattenimento, gioco. Ma non il gioco che diverte chi gioca e chi guarda. É un gioco tra quello che si aspetta il pubblico e quello che abbiamo deciso tra noi, prima della partita. Se la vedi così è più facile. Un gioco, uno spazio libero tra quello che puoi fare in mezzo al campo, quello che il pubblico pensa tu faccia in mezzo al campo e il copione, la sceneggiatura da seguire, da cui non si può uscire una volta preso l’accordo. Tu e gli altri, gli avversari, stiamo dalla stessa parte, capito?».
«E vorrei vedere, Carlè. Con i soldi che sganciano!».
E giù risate.

Aveva giurato a sé stesso che non avrebbe accettato mai più. Dopo una stagione mediocre, ma soprattutto dopo la prima volta che aveva deciso di farlo, si era giustificato con sé stesso: la prima e ultima volta, l’ultima. Stava pensando che quella poteva essere davvero l’ultima volta. La prima volta aveva accettato a cuor leggero. Una piazza stanca e demotivata, gli stipendi che tardavano ad arrivare: «non faccio un torto proprio a nessuno, e poi, tutti prima o poi, anche i più grandi l’hanno fatto». Come raccontava sempre Carlo: «eh, voi giovani non avete idea di come funzionava, parlo di dieci quindici anni fa. No, no, ragazzi, ci sono cose che non posso dire, veramente, rischio di farvi crollare i miti dell’infanzia!».

Ora non aveva senso temporeggiare, non più. Sapeva che avrebbe accettato, era inutile mentire a sé stesso. Rimanere fedele, fedele a chi?
«L’importante è partecipare – continuava a ripetersi – l’importante è essere lì per quel tanto che l’illusione continua, per quel tanto che i tifosi, eh, i tifosi…».

«Palla». Una voce alle sue spalle, un colpo secco sulla gamba destra, bomt bomt e il pallone gli rotola affianco costringendolo ad abbandonare la deriva. Si volta appena e vede, pochi metri dietro di lui, un gruppo di ragazzi che lo guardano.
Ricorda che all’inizio erano le felpe e i giubetti, lanciati sul prato leggermente in discesa. Una volta accorpati gli indumenti in due gruppi che si fronteggiano, dobbiamo prenderci cura dello spazio. Ecco subito apparire la necessità di un altro, ché lo spazio è liscio, ci puoi fare quello che vuoi dentro, solo fino a quando non ci sono momenti e traiettorie. Ecco gli avversari. Ecco il gioco e la sfida. Ecco la sua passione, quella che era la sua passione, che era stata la sua. Era il gioco, era un giocatore? Non lo sapeva, non avrebbe saputo dirlo in quel momento.

Aveva tradito la sua passione, prima ancora che i tifosi. I tifosi. Chi sono i tifosi? Voci che lo scuotono da dentro, voci di dieci anni prima, si fanno coro, si fanno canto, scandiscono il suo nome. Istintivamente inizia a correre, le grida dietro di lui si confondono con il vento: «palla, palla! Ehi, Signore!». Corre piano, le braccia verso l’alto, i pugni chiusi e un piccolo sorriso, volto fisso in avanti, muove il collo leggermente su e giù. Non è lì, ora. Sta esultando sotto la curva.

«Io non faccio proprio un cazzo, basta. Anzi, te lo dico Carlo, io non gioco più, stagione finita, consideratemi fuori rosa. Non me ne frega più un cazzo dei soldi. Penso solo che stiamo facendo cagare, abbiamo tradito. Tutto».

Come una molla Carlo si alza battendo le mani sulla scrivania, il computer sobbalza e alcuni fogli svolazzano, lui rimane impassibile. Si alza. Carlo sta ringhiando, è la prima volta che lo vede così. Lui si alza, calmo, si volta verso la porta dell’ufficio: «sei finito! Finito! Esci da quella porta e non vedrai più un campo da calcio, pezzo di merda. Che cazzo ti credi? Pensi di poter fare a meno di me? Tu qui dentro sei finito».

Cammina ancora per qualche metro, fino a guadagnare lo spiazzo recintato da balaustre, l’altezza da cui si apre una vista sulla città. Erano anni che non tornava lì. Si era promesso che non sarebbe mai tornato in quella città. Covo di vipere, si diceva. Dopo quella stagione sciagurata, aveva lavorato sodo per essere sicuro di non aver più niente a che fare con quel mondo. Ogni tanto ci ripensava, con un sorriso amaro e qualche rimpianto. Pensare che doveva essere il suo porto d’arrivo calcistico, l’ultima occasione per togliersi qualche soddisfazione per poi appendere gli scarpini in salotto. Nonostante il brusco addio, aveva ancora un bel ricordo di quei luoghi. Da dove si trova riesce ad ammirare tutta la città con un solo sguardo. Toglie il fiato. La città si realizza man mano che l’occhio scopre la prospettiva offerta da quel luogo. Il bordo sinistro è segnato dal Monte e dalla macchia verde che lo circonda, seguendo linee ondulate, mai regolari: percorsi dello sguardo che restano sospesi, impiccati, mentre la linea che l’uomo decide di seguire con gli occhi si tuffa, perdendosi nel fianco di altri colli.

Voltandosi rapidamente verso destra, dal lato opposto, il porto e la distesa sfocata del lungomare segnano il margine destro. La leggera foschia permette di scorgere la catena appenninica lontana chilometri, mentre i contorni del lungomare settentrionale diventano presto indistinguibili all’occhio. Poco sotto di lui, il prato che sceglieva per le sue passeggiate. Ricordava vividamente quel giorno, proprio lì aveva capito di essere arrivato ad un punto di non ritorno. E tuttavia non sapeva ancora spiegarsi il perché. Perché proprio lì, perché proprio quel giorno. Sapeva solo, a distanza di anni, di essere orgoglioso della decisione presa.
Non era mai stato a suo agio nelle città, di medie o grandi dimensioni che fossero. Era e rimaneva un ragazzo di campagna. Per questo si trovava meglio in quella posizione di osservatore. Riusciva a dare una forma a ciò che pensava. Aveva da tempo capito che i pensieri possono portarci altrove, che ogni pensiero è un gesto e non si risolve solo lì dove viene consumato. É anche per questo che il calcio è così potente, anche se molti di quelli che giocano non se ne accorgono. Quel tirar di fiato collettivo non si esaurisce mai dentro il tempo di una partita. Così come il tifoso non smette di fare il tifoso quando finisce la partita. Ciò che succede dentro il campo non smette di esistere quando usciamo dal campo.
Grazie alla distanza che aveva guadagnato, ora capiva quanto il calcio fosse non solo, come dicevano alcuni, una semplice metafora della vita. Il calcio è come la vita. No. Il calcio fa parte della vita e ne cambia gli equilibri. Non saremmo gli stessi senza il calcio. Ma non solo. Aveva da tempo l’impressione che nessuno, in particolare gli addetti ai lavori, ricordasse che il calcio è un gioco. O meglio, non conveniva più a nessuno tenerlo a mente.

«Dite che il calcio è uno sport, è uno spettacolo, è un business. Ma non eravate voi la Federazione GIUOCO CALCIO?».

Il gioco. Ne aveva una dimostrazione davanti ai suoi occhi. Sullo stesso prato in cui, anni prima, si era lanciato in un’esultanza liberatoria, senza pubblico, un gruppo di ragazzi giocava a calcio. Felpe a segnare i pali, le soglie laterali lasciate in libertà. Quando la palla si allontana troppo, si continua a giocare, raggiungendo distanze irreali dal campo. Eppure il gioco regge. Non c’è nessun bisogno del regolamento. O meglio, non è detto che tramite il regolamento si rispetti il gioco. Basta guardare qualsiasi campionato. Diventava sempre più consapevole che certe competizioni non avevano nulla a che fare con il gioco. Per giocare, occorre un altro giocatore. Ognuno è l’altro del giocatore che ha di fronte. Una volta che ci si trova dentro il gioco, occorre rispettare il gioco dell’altro per continuare a giocare. Altrimenti si sta facendo qualcos’altro.

Alcuni rompevano il gioco perché vi vedevano una guerra tanto simulata quanto reale. Perché trasformavano la rivalità in scontro. Altri lo mettevano in scena, rendendolo pura rappresentazione, intrattenimento, come attori e comparse sulla scena. Fu quello, si disse, che anni prima lo aiutò a realizzare che era ormai un pezzo che aveva smesso di giocare. I giocatori, come ci si ostinava a chiamarli, non sono nient’altro che sportivi, atleti. Giocano da soli, o meglio, con sé stessi. Per fortuna c’è ancora qualcuno che gioca, pensa mentre si avvicina alla partitella improvvisata. «Posso giocare? Mi metto anche in porta, eh!».

di Enrico Mariani