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Calcio in villa

I miei ricordi del calcio in piazza affiorano nelle centinaia di partite giocate nel piazzale di Villa Rossi di Sestri Ponente, dall’ingresso di piazza Giovanni Tarello.
Il piazzale aveva, ed ha tuttora, il necessario per giocare a calcio con gli amici. Il cancello che dalla piazza chiudeva l’accesso alla villa fungeva da prima porta ed essendo molto ampio consentiva di delimitare sia l’area di porta che la linea di centrocampo; la seconda porta invece era ricavata dalla strettoia che univa, e unisce, la scalinata che dall’ingresso di via S.T. D’Acquino portava su fino alle case del quartiere della Corea. Il terreno purtroppo non era ideale per giocare, infatti era ricoperto da uno strato di pietrisco catramato; le cadute provocavano sbucciature dolorose e sanguinanti sulle cosce e sulle ginocchia, con arrossamenti delle parti interessate. Tuttavia nulla poteva fermare la nostra voglia di dare calci al pallone e data l’ampiezza della struttura si giocavano partite interminabili, soprattutto nel periodo estivo. Dalla mattina alla sera. Eravamo un bel gruppo di amici, tutti coetanei. Non mancavano quelli che, con dote innata e una punta di invidia da parte mia, riuscivano a dribblare due o tre avversari, puntando la porta per depositare il pallone in fondo al sacco. Questi lavoravano poco per la squadra, difficilmente passavano il pallone, si incaponivano e a volte risultavano pure antipatici ma, alla fine, con un tocco di classe e scartando pure il portiere, andavano in rete. Non avevamo vere e proprie divise da calciatori, ognuno si arrangiava. Alcuni indossavano una maglia della squadra del cuore, altri la canottiera o una maglietta, ma, stabilite le squadre, bastava un colpo d’occhio per riconoscerci.
Altra categoria di calciatori era rappresentata da coloro che madre natura non aveva dotato della più basilare idea di come si tratta un pallone: sempre a correre senza criterio, ad urlare e, quando il pallone capitava fra i loro piedi, tutto si risolveva in una sciagurata ciabattata o in una svirgolata con il pallone immancabilmente indirizzato alle stelle. Per ultimo, infine, ricordo quei ragazzini un po’ robusti nel fisico, che dopo cinque minuti erano già stremati e con la lingua di fuori.

La presenza di una di quelle fontanelle colorate di verde, tipiche dei parchi pubblici nel genovesato, contribuiva a placare la sete, unitamente a curare le ferite delle cadute durante gli intervalli delle partite. Personalmente avevo una buona dimestichezza con il ruolo di portiere, dote che mi ha permesso in seguito di calcare, a livello giovanile, i mai dimenticati campi di calcio di Pegli (Campo Elah), di Genova Aeroporto e al Branega di Prà.

Con il passare delle stagioni, le partite si fecero più avvincenti, organizzando incontri con i ragazzi dei quartieri vicini, e tramite il passaparola, si arrivò pure a disputare dei veri tornei, con tanto di punteggi e classifiche.
Non si possono dimenticare gli inconvenienti che capitavano durante le partite. Una parte del campo, infatti, era delimitata dalle aiuole del parco e purtroppo il fronte opposto era occupato dai giardini di un condominio. Non si contano le diatribe quando il pallone finiva in una di queste proprietà. E succedeva spesso.
«Signora! – era il grido che saliva dalle nostre ugole – il pallone è finito nel suo giardino. Per favore lo può prendere?». Spesso la signora era gentile, non certo come il suo vicino di proprietà confinante, che faceva orecchie da mercante, con la conseguenza di dover cercare in breve tempo un nuovo pallone. L’incubo peggiore era rappresentato dal vigile comunale, un personaggio molto noto a Sestri Ponente per la sua severità, soprannominato Baffo. Aveva una rapidità e scaltrezza nell’arrivare al momento meno opportuno: a cavallo di una vespa spuntava all’improvviso, aspettava di nascosto un rinvio maldestro e il pallone finiva inesorabilmente tra le sue mani. Qualche volta si scappava, ma il pallone era perso, altre volte, oltre al pallone, riusciva ad avere le generalità di qualche ragazzo e inesorabilmente arrivava la multa a casa. Ricordo che ci siamo privati molte volte dei pochi spiccioli, che i nostri genitori ci davano per il gelato, per pagare la sanzione nella sede dei vigili urbani e recuperare il pallone. Il trascorrere del tempo e l’età che inesorabilmente avanzava lentamente depauperarono poco alla volta il parco calciatori; motivi di studio e trasferimenti di famiglie, infine, determinarono il progressivo scioglimento di quel gruppo che, fortunatamente, a dispetto degli anni cerca di ricostituirsi in qualche occasione per ricordare i momenti belli della nostra infanzia. E la passione per il calcio è rimasta immutata.

di Maurizio Bottaro