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Calcetto d’altri tempi

Sono giunto ad un’età per la quale ogni riferimento al passato rischia di diventare un forzato approccio verso un mondo edulcorato che sembra quasi inesistente, una sorta di Eldorado dello spirito, come uno spazio mentale di un tempo favoloso, un novello Brigadoon nel quale periodicamente si può tornare per poter raccontare che è esistito veramente. E poi finire per dire, come Roy Batty: «ho visto cose che voi umani non potreste immaginarvi». Ad esempio, c’è stato il tempo di una rappresentazione di calcio collettivo, per cui questo termine mi pare suonare come una forma di scherzoso eufemismo. Frequentavo l’Istituto Don Bosco di Sampierdarena. Scuole Medie. Erano i primi anni Sessanta, quelli che poi hanno rivoltato il mondo. La mia giornata da studente era molto impegnativa e cominciava alle otto con la messa obbligatoria, poi tre ore di lezione, intervallo e ritorno a casa per il pranzo. E poi ancora due ore di scuola seguite da altre due di studio, ovvero full immersion in un grande salone dove il silenzio assoluto governava i nostri spazi mentali al fine di completare al meglio il lavoro intellettuale quotidiano. L’unico momento di svago consisteva in 45 minuti, dalle 16 alle 16:45, durante i quali duecento ragazzi (o forse più) si cimentavano su due campi da gioco in durissimo pavè in affollatissime partite di calcio, nelle quali avvenivano contemporaneamente dieci incontri con altrettanti estremi difensori per ciascuna porta. Una babele indescrivibile, una sorta di caos organizzato in cui, però, ciascuno di noi vedeva la propria parte e riusciva a circoscrivere, miracolosamente, le trame delle azioni che lo riguardavano escludendo il pulviscolo ronzante di gambe e braccia che si agitavano in quella baraonda chiassosa che pareva uscita da un quadro di Hieronymus Bosch. E si sentivano le urla più diverse, invocazioni accorate, dai passa, sono solo e tira. Poi all’improvviso partivano una decina di palloni con i portieri che si tuffavano e miracolosamente individuavano la sfera di propria competenza. Un autentico miracolo. Beh, il meccanismo non era del tutto perfetto, qualche volta si dribblava un estraneo o si intercettava una palla di un altro incontro. E allora si chiedeva scusa e si ricominciava ognuno nel proprio settore (mentale). Lo scarico di adrenalina era assicurato. Un’esperienza irripetibile, da Guinness dei primati. Come pure ciò che accadde, in quegli stessi anni, in un particolare torneo estivo che sistematicamente si teneva al chiostro della Certosa di Rivarolo. Era il tempo in cui un po’ ovunque si organizzavano grandi sfide calcistiche alle quali partecipavano tantissimi appassionati, giocatori e spettatori. La formula era quella rigorosamente a 7 e il termine calcetto era ancora sconosciuto. Il più famoso era il “Rottigni Marchisotti” di Sampierdarena, la classicissima delle competizioni estive genovesi che si giocava rigorosamente in notturna.

Degli incontri alla Certosa, invece, non c’è traccia nei libri di storia, né tantomeno su Wikipedia. Come se non fossero mai esistiti, perchè stanno unicamente nei ricordi di chi li ha vissuti. Gente ormai con i capelli bianchi. Non ricordo chi fossero le menti di tanta organizzazione ma so che avevano messo su un Barnum del tutto eccezionale che attraeva spettatori da tutta Genova, e anche da fuori. Il motivo? Era la magia del proibito e soprattutto dei nobili garretti di chi scendeva in campo. Semplicemente si trattava di un torneo abusivo, fuori controllo, al quale partecipavano giocatori professionisti, tanti di serie B, ma credo anche qualcuno della “massima serie”. In particolare ricordo Cuttica che allora militava in cadetteria nel Modena (1960-1961), ma prima aveva giocato qualche partita in A con il Genoa (1958-1959). E poi il mitico Maurilio Valpreda, difensore del Como. E i super fratelli Bodrato. E ancora il grande Giorgio Canali, con il numero 22 sulla schiena, il Pelè bianco delle estati certosine, colui che faceva impazzire le difese avversarie con dribbling ubriacanti. Qualche anno dopo (1977-1978) lo “odiai” profondamente come allenatore della Samp, da cui venne esonerato dopo la sconfitta patita nel derby (2-0) del 22 ottobre 1978. Ma questa è un’altra storia.
I tornei, che si tenevano sul piazzale della Certosa, terra battuta con pietrisco e colonne tutto intorno al campo, videro una squadra quasi sempre vincente. Il Bar Roma di Sampierdarena. Ovvero, il Real Madrid del calcio minore. Nell’organizzazione ci fu poi più di uno scricchiolio quando le solite spie fecero qualche soffiata per bloccare questo calcio impudente. Ricordo un partecipante, forse proprio Cuttica, scappare in pantaloncini da gioco per l’arrivo degli ispettori della Federazione. E poi tutto finì in una calda sera di luglio, quando il bel giocattolo fu rotto definitivamente dall’arrivo della Polizia. Il sogno romantico arrivò all’inevitabile conclusione e il ricordo adesso si fa inevitabilmente mito. In futuro potremmo vedere le cose più strane, magari il calcio in ologramma, ma il tempo appassionato dell’ideale e dell’idillio è tramontato per sempre.

di Roberto Cozzolino